Quinto comandamento: non uccidere

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Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Fronte corrugata, sguardo fermo e severo, bastone pastorale nella mano sinistra e pugno adamantino nella mano destra: così, un deluso ma combattivo Giovanni Paolo II arringava alla folla. Era il 9 maggio 1993, quando il papa pronunciava queste penetranti parole, nella suggestiva Valle dei Templi di Agrigento, a pochi mesi dalla morte degli indimenticati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, assassinati dalla mafia. La lotta a qualsiasi forma di criminalità organizzata, che si chiami mafia, ndrangheta, sacra corona unita o camorra, è e resta un dovere di ogni cittadino, senza se e senza ma. Ed è prerogativa di ogni modello amministrativo, dal piccolo comune al governo nazionale, tenere accesa la fiamma del ricordo, sempre attenti a non abbassare la guardia contro questa piaga fatale. Il diritto di “ogni popolo, ogni persona umana, ogni famiglia” di vivere nella concordia e nella pace non può essere disturbato da chi dona linfa vitale alla “civiltà della morte”. In nome di Cristo, che è “via, verità e vita”, papa Wojtyla promuove, invece, la “civiltà della vita”, incline ad affermare, con forza, il valore della vita ed il rispetto per la tutela della stessa. Vi è, però, anche un altro tipo di camorra che urge combattere e sconfiggere, quella mafia che non ha nome, quel sistema che opera mediante la medesima rete, fatta di persone, più o meno volontarie, che sono fomentate da pupari interessati, mossi da rancori personali o, addirittura, con il solo scopo di riempire le proprie vuote giornate, e che vanno ad oliare gli ingranaggi della macchina del fango, per i quali servirsi del termine "camorra" costituisce solo un modo per attirare l'attenzione mediatica su un caso che, altrimenti, non la meriterebbe. E poi si scopre che Nicola Cosentino era innocente, che Mario Landolfi non ha mai avuto rapporti con il conoscente d'infanzia che ha intrapreso una strada tortuosa e diversa dal suddetto, che Enzo Tortora era solo un grande showman che nulla aveva a che fare con le accuse che gli hanno rovinato la carriera ma soprattutto la vita. Così, in questo gioco fatto di calunnie, di "detto non detto", l'innocente diventa colpevole, l'opinione un fatto ed il confutabile verità assoluta, agli occhi di ciechi boccaloni che non si soffermano sulle conseguenze delle proprie facili e poco velate insinuazioni. Perché parlare impropriamente di mafia, di camorra, piuttosto che di ndrangheta, non colpisce solo chi è bersaglio delle ingiurie e le relative famiglie ma soprattutto la memoria di chi della criminalità organizzata è stato vittima. Si calpesta la memoria di Antonio Montinaro, capo scorta di Falcone, che lasciò la giovane moglie e le sue due figlie; si infanga il ricordo di Vito Schifani, agente di polizia che non tornerà più dalla moglie e dal figlio di soli quattro mesi; si strumentalizza la morte di Emanuela Loi, la prima agente donna ad essere assassinata in servizio. E di tutte le altre vittime che non hanno esitato nell'affrontare un pericolo così grande, eroi del mondo moderno. Un solo, categorico imperativo deve diventare idem sentire: ovunque vi sia mafia, camorra, ndrangheta, sacra corona unita, ci si deve sedere dalla parte opposta della barricata!