Referendum sulla Giustizia: #IoVotoSÌ

Fonte Immagine: avig

Era il 29 ottobre 1993 quando la magistratura smise di essere un organo dello Stato per diventarne un potere - il più forte - a tutti gli effetti. Tale evoluzione fu il risultato del connubio tra opportunismo (da una parte) e miopia (dall’altra), quando l’apparente tutela del popolo italiano degenerò nel populismo strumentale più aberrante. Se prima vi era un contrappeso essenziale ed inoppugnabile allo strapotere giudiziario, costituito da quella classe politica che, nel bene e nel male, fece dell’Italia una Repubblica democratica, da quell’infausto giorno di circa trent’anni fa, la classe dirigente eletta dalla gente si è ritrovata costantemente sotto ricatto, mai libera di svolgere il proprio ruolo (il più nobile) secondo i dettami previsti dalla carta costituzionale. E questo rimane un dato inconfutabile ancor prima che il “pentito” Palamara ne certificasse l’ovvietà ben nota.

Una modifica - per molti ininfluente, per troppi (ahimè!) rettamente rivoluzionaria - stravolse il corso della storia, nel momento in cui, da quell’art. 68 Cost. fu abrogata la vera e necessaria immunità parlamentare, quello scudo invalicabile che permetteva agli eletti (allora c’era persino la preferenza, altro che la falsa rappresentatività di oggi!) di attuare le proprie politiche in piena autonomia. Infatti, prima del 1993, un parlamentare non poteva “essere sottoposto a procedimento penale, né arrestato, e altrimenti privato della libertà personale, e sottoposto a perquisizione domiciliare” senza autorizzazione della Camera di appartenenza, persino “in esecuzione di una sentenza anche irrevocabile”. I più considerarono tale soppressione legislativa un atto sacrosanto, un passo verso la civiltà.

Quello che sembrò uno schiaffo all’intoccabilità della nuova nobiltà, però, divenne un assist a quella parte (col tempo dilagante) della magistratura che, invece di mantenere la propria imparzialità, puntava ad occupare la regia di una nazione in totale, inconsapevole declino. E non è affatto un caso che chi architettò il grande bluff di “mani pulite” (il 78% degli indagati furono ritenuti innocenti, per dire…) acquisirà, poi, posti di spicco nei futuri governi di sinistra (guardacaso…), a cominciare da quel Di Pietro frontman di un clima artatamente infame che mise in ginocchio tutti tranne i comunisti.

Il referendum di domenica prossima, prima acclamato poi volutamente “dimenticato” un po’ da tutti i cartelli elettorali che impropriamente si autodefiniscono partiti (la Lega addirittura esultava per l’election day, l’apoteosi del dilettantismo politico), difficilmente raggiungerà il quorum. Ma palesare la volontà popolare mediante il voto, anche in numero non sufficiente allo scopo primario dello stesso, sarà comunque indispensabile al fine di esprimere un segnale inequivocabile per coloro che fingono di governare per gli italiani e nel loro interesse.

Perché una condanna di primo grado, in Italia, non definisce la colpevolezza incontrovertibile di un imputato (STOP alla legge Severino!);

Perché per decidere della soppressione della libertà di un imputato (STOP alla legge Severino!);

Perché per decidere della soppressione della libertà di un individuo bisogna avere prove concrete ed inequivocabili, non basta la discrezionalità del magistrato (STOP agli abusi della custodia cautelare!);

Perché chi ricopre il delicatissimo ruolo decisionale deve essere svincolato da colui che interpreta l’accusa, in totale trasparenza (SI separazione delle carriere!);

Perché l’ambiguità di magistrati che controllano propri colleghi è, ormai, insopportabilmente manifesta (SI ad un’equa valutazione dei magistrati!);

Perché lo strapotere delle correnti, che ha generato testimonianze ad oggi non querelate da alcuno - vedi “Lobby e Logge” - , deve essere quantomeno limitato (SI alla riforma del CSM!).