Riflessioni intorno a "le ultime lettere di Jacopo Ortis"

Fonte Immagine: avig

È proprio studiando le ‘ Ultime lettere di Jacopo Ortis ‘ , analizzando l’ideologia del personaggio ivi rappresentato che si ha modo di scrutare nella psicologia, nonché nell’animo del personaggio stesso ( in cui almeno parzialmente è riflesso l’uomo ) e di comprendere le ragioni più profonde di Jacopo, la ‘ scelleratezza ‘ del cui suicidio paradossalmente non deriva dal mancato o inesatto uso che fa della ragione, bensì dall’uso esclusivo che egli fa di essa, dalla sua incapacità di adeguarsi all’inazione nonostante le conclusioni cui giunge l’intelletto, in un mondo basso, misero e asservito alla tirannia che non si limita a privarlo del suo amore ed a procurargli altre pene, bensì provvede a sradicare dal suo animo anche ogni speranza di tentare la libertà civile, ormai unico ardore che ancora infiammava il suo animo.

L’amarissima conclusione cui egli giunge appare inevitabile, nell’ottica morale di un uomo ancorato ai suoi valori, i cui ideali erano un presupposto irrinunciabile in nome dei quali egli è disposto a rinunciare anche alla vita, nell’impossibilità di vederli realizzati e di metterli in atto… La frattura inconciliabile risiede nel contrasto tra il suo spirito infiammato, desideroso di dare un personale contributo alla storia dell’umanità e l’impossibilità di realizzare i suoi ideali, che l’uomo – poeta Foscolo configura come illusioni, miti grazie ai quali, nonostante il loro valore illusorio, la vita diviene degna di essere vissuta.

Ma è proprio per il carattere soprannaturale di tali ideali, fattivamente irrealizzabili ai suoi occhi, che Jacopo non può essere libero ed aspirare in tal modo ad una spiritualità più profonda, ad una visione sostanzialmente più religiosa della vita, in una tensione infinita e vana. Jacopo è perciò destinato per la sua natura a rimanere inappagato e a riaccostarsi all’idea della morte e del sacrificio, in nome di quegli stessi ideali in cui risiede la ( sua ) vita morale, per difendere la quale è costretto a privarsene.
Tale amara conclusione non è la stessa cui giunge il Foscolo, nonostante il bisogno di azione politica concreta che lo accomuna al suo personaggio non trovi riscontro in un mondo corrotto da una secolare servitù qual era quello d’età napoleonica e nonostante le disillusioni e le amarezze che alimentarono nel suo animo quel senso di profonda sfiducia nella rinascita politica degli italiani.

Nonostante Jacopo sia il riflesso del Foscolo medesimo nella sua giovinezza, questi, a differenza dell’ Ortis, non confonde il suo sentire morale con il suo agire morale, con un sentimento di natura tecnica, avendo ormai corretto l’antico uomo tempestoso nel cunicolo delle sue passioni, riflesso appunto da Jacopo, con la figura di Didimo Chierico, una nuova incarnazione del Foscolo, che ora riflette ironicamente sulle proprie violente e accese passioni, le quali passioni non sono negate, ma ritirate più in fondo nell’animo, venate dalle rughe dell’ironia, un’ironia delle cose, che è poi una forma di alta ironia su se stesso…

Ed è proprio in quell’arguzia, in quel riso, che il poeta trova il suo riscatto, la sua salvezza, trascendendo l’amore e l’ossessione del suicidio in un riconoscimento più rasserenato,pacato e direi dominante di quelle che sono le leggi e le necessità della vita. Un passionalismo, il suo, non rinnegato, bensì dominato e censurato da una più cauta riflessione e dal sorriso proprio dell’età matura.

 

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