Riforme, lavori in corso

Fonte Immagine: lacritica

Le riforme nelle derive della storia.

Ognuno vorrebbe riformare a modo proprio il guazzabuglio in cui si muove e si rinnova il miracolo della vita. Si capisce allora perché, nel cantiere sempre aperto della storia, la parola riforma, al pari di altre del nostro ricco (ormai in disuso) vocabolario, si presta alle diverse interpretazioni dei rivoluzionari, dei conservatori, dei riformatori, dei riformisti

I rivoluzionari sognano di “rivolgere”, di rinnovare in modo profondo e radicale e quindi sovvertire l’ordinamento politico, economico-sociale e culturale esistente. Peccato però che spesso, a loro volta, essi sono destinati ad essere sacrificati, nel tempo, da successive ribellioni rivoluzionarie, in una spirale senza fine tra repressione e libertà.

Questo perché, come già ammoniva la filosofia greca, tutto si trasforma e “tutto scorre come un fiume” (Eraclito, 540-480 a.C.) nel fluire del tempo e nell’avvicendarsi di eventi in contrasto tra loro.

La stessa cosa accade con le finte rivoluzioni, che lasciano le cose come prima, e con le controriforme orchestrate da chi contrasta le innovazioni nel timore di perdere antichi e nuovi privilegi; basta evocare al riguardo l’immobilismo della malmostosa nobiltà siciliana descritta nel “Gattopardo” di G.Tomasi di Lampedusa.

La pattuglia dei riformatori agisce invece, con coraggio, per trasformare la società attraverso modificazioni sostanziali volte a dare un ordine diverso e migliore; le loro riforme sono infatti dirette a conformare tempi e stili di vita e di lavoro agli incessanti cambiamenti.

I riformisti, infine, tendono a modificare l’assetto sociale con riforme graduali e con compromessi (interessi) di parte, senza quindi mettere in campo innovazioni risolutive nella dinamica riforme-controriforme.

Nel pantano del riformismo sguazza, tra l’altro, anche il nostro legislatore che, ai vari livelli, va sfornando una caterva di leggi, leggine e regolamenti, che di fatto servono solo a peggiorare i rapporti con le burocrazie e a minare la pace tra i cittadini.

E’ allora qui pertinente citare quel saggio volpone di Winston Churchill (stratega della lotta alla follia nazista) secondo il quale, se cambiare è necessario, non è detto che il nuovo porti sempre a migliorare.

Anche perché le imprevedibili derive, nel bene e nel male della vita individuale e collettiva, mettono continuamente a dura prova le pulsioni, le emozioni, le paure e i progetti degli uomini.

Ci salverà la “trasgressione”?

Chi è schiavo delle più viete (rassicuranti) convenzioni vive le novità con disagio e con un pizzico di diffidenza.

Infatti, l’animo umano è in genere incline a conservare i beni materiali e ideali, mentre invece l’attuale civiltà dell’usa-e–getta divora velocemente ogni illusione di stabilità e di certezze.

Dato comunque per scontato che l’ordine e la pace non sono di questo mondo, è però certo che la spinta alle riforme è più urgente nelle ere di particolare criticità. Quale quella, epocale, che stiamo vivendo, tutti intruppati nel mondo interconnesso della complessità e di un’unica comunità di destino (cfr. Mauro Ceruti, “Abitare la complessità”, Mimesi ed., 2020).

In tale già di per sè difficile contesto, preme poi la confusa gestione della drammatica emergenza da Sars-Cov2. La quale, oltre a causare morti e povertà e a mettere in discussione l’illusione di avere il pieno controllo sulla vita, ha accentuato lo sfilacciamento delle relazioni sociali, paradossalmente isolandoci nella ingannevole prospettiva della fratellanza, in seno a una presunta connessione globale perpetua.

L’imperativo è allora quello di integrare il mondo reale e quello virtuale, puntando verso una geopolitica decentralizzata, tesa a superare le contraddizioni di un sistema economico senza regole e disumanizzato (ricchi sempre più ricchi, poveri sempre più poveri).

Ma a chi intanto affidare l’immane compito di salvare la nostra ibrida scombinata civiltà, rifondando l’intero ecosistema, cioè la “casa” dove far convivere in equilibrio natura e cultura, progresso e tradizione, ambiente e mercato, e in conclusione corpo e anima degli umani?

Certamente non a una classe politica che, in quanto espressione e interprete di un popolo che ha rotto il patto sociale, è bloccata nei mille giochi del trasformismo (vedi, da ultimo, la disfatta della “rielezione” del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella).

Forse, per bonificare il tempio dai tanti clan di faccendieri senza scrupoli, dovremmo chiamare in soccorso gli innovatori più illuminati, “trasgressori” visionari e creativi, capaci di vigilare e interpellare il mondo all’insegna della concezione dantesca del “seguir virtute e canoscenza” (Inferno, XXVI, 120).

La trasgressione, infatti, anziché nella accezione comune di “violare” le regole codificate, potrebbe ben essere intesa nel suo più pregnante originario significato di “passare, avanzare oltre” nella conoscenza, al fine di superare in specie le convenzioni ipocrite che frenano e inquinano la vita (cfr. Benito Melchionna, “Elogio della trasgressione”, Grafin ed., Crema 2015).

In direzione dunque delle vere riforme previste per la fine (?) dei…lavori in corso.