Rocca San Felice: la terra della Dea Mefite

Fonte Immagine: avig

Nei pressi del borgo medievale di Rocca san Felice, nel cuore dell’Irpinia, sono presenti i resti del santuario, e sono state ritrovate immagini ed epigrafi connesse al culto della Dea Mefite. Qui, la figura principale del nume tutelare delle sorgenti, si mescola a enti minori della vegetazione selvaggia e del regno animale, con attributi che alludono alla forza vitale delle acque generatrici. Divinità delle fonti e delle correnti, simboli tradizionali della vita passionale e istintiva, dell’esistenza soggetta al divenire e al mutamento delle forme, Mefitis rappresentava una potenza elementare che permetteva la partecipazione alla dimensione spirituale.

“Est locus Italiae medio sub montibus altis, nobilis et fama multis memoratus in oris, Ampsancti valles… Hic specus horrendum et saevi spiracula Ditis monstrantur, ruptoque ingens Acheronte vorago pestiferas aperit fauces.”: così, nel libro settimo dell’“Eneide”, nei versi 563-571, Virgilio descriveva la Valle d’Ansanto. Terra notissima fra le popolazioni italiche, essa ospitava il tempio della Dea Mefite, fiancheggiato dalle dense fronde di un bosco e sormontante una terribile spelonca, uno squarcio pestifero mediante il quale si apriva la via per il regno delle ombre governatodaAde.

Un luogo unico, dove è lo stesso ambiente a imporre la venerazione e il rispetto dell’uomo, il timore per forze soprannaturalmente ordinate. Un fosso mortale avvolto da esalazioni gassose pestilenziali, dal terreno desolato e con chiazze gialle di zolfo, dove ci si recava per venerare Mephitis e interrogarne l’oracolo, presso il laghetto grigio in eterna ebollizione, dove ancora oggi sbuffano velenosi soffioni sulfurei che ribollono, rumorosi e tossici, fra vortici e gorgheggi fragorosi.

Mefite era un’antichissima divinità italica che proteggeva dai pericoli e dalle malattie e, come ricordava il grammatico romano Servio, il culto della Dea era diffuso soprattutto nell’Italia centrale, e si manifestava nei luoghi dove erano presenti le evaporazioni di zolfo e le sorgenti sulfuree. Onorata in varie località della penisola, in corrispondenza di zone vulcaniche, Mefitis aveva a Roma un tempio e un boschetto sacro a lei dedicati sull’Esquilino fin dal III secolo a.C.

 Mefite era invocata per la fertilità dei campi e la fecondità delle femmine; legata al mondo delle acque, come esse la Dea era considerata fonte di vita, soprattutto nelle regioni abitate dalle comunità osco-sabelliche e sannitiche. Inizialmente, le aree sacre a lei votate erano situate in genere vicino alle acque fluviali e lacustri, ma anche a ridosso dei percorsi della transumanza, segno che la Dea proteggeva il bestiame. Con la conquista romana, probabilmente Mefite dovette subire una trasformazione metafisico-ontologica: da divinità ctonica tutrice delle sorgenti divenne la protettrice delle acque termali, stagnanti e solfuree, connesse alla salute e alla guarigione, lasciando la funzione primeva ad altre figure sacre del pantheon capitolino.

Presiedendo agli attraversamenti, Mefite sovrintendeva a tutti i passaggi da un luogo a un altro, da una condizione all’altra, da una fase del giorno alla successiva, comprendendo quindi, anche gli spostamenti stagionali degli armenti.Anche l’etimologia del termine Mefitis deriverebbe da “colei che sta nel mezzo”, e sembra quindi rimandare a un’entità intermedia fra cielo e terra, fra vita e morte, a lei venendo attribuito il potere di fare da tramite spirituale fra esistenza terrena e vita o sonno ultraterreni. Conforme a questa natura di “passaggio” spazio-temporale era, quindi, la funzione di apertura sul dominio di Plutone, laddove le anime inveravano il proprio destino ultraterreno, spesso perdendosi in uno stato larvale o ricongiungendosi all’anima ‘totemica’ della comunità.

Il culto della Dea Mefite risale fino all’XI secolo a.C., quando gli Oschi fecero la loro comparsa sul palcoscenico della storia e cominciarono la loro espansione verso l’Appennino meridionale.Divenuta essenziale nella religiosità degli Hirpini, essa divenne centrale nella loro esistenza, sia comunitaria che individuale; infatti, nei luoghi a lei cari, essi si riunivano per prendere le decisioni più rilevanti, come nominare i sommi sacerdoti, eleggere i capi militari in caso di guerra e i supremi magistrati in tempo di pace.

Edificato verso il VII secolo a.C., il santuario irpino cominciò una lenta decadenza in seguito alla II guerra punica, nella quale gli Hirpini si erano schierati dalla parte di Annibale in funzione antiromana, e fu definitivamente abbandonato con l’affermarsi del cristianesimo, fisicamente trionfante con la chiesetta della martire santa Felicita, costruita nelle vicinanze per obliterare il culto della Dea ‘pagana’.I resti del tempio, già individuati verso la fine del diciottesimo secolo da don Vincenzo Maria Santoli, vennero scoperti dagli scavi archeologici condotti nella metà del 1900, restituendo oggetti d’oro, d’argento e d’ambra; anfore e statuine in terracotta, monete e vasellame in ceramica; armi in ferro e bronzo; numerosi ex-voto raffiguranti le parti del corpo per le quali si invocava la guarigione, oltre a raffigurazioni lignee della Dea (xoana).

Una passeggiata nella Valle d’Ansanto e nel Museo Irpino – dove sono conservati molti reperti -, un saluto al genius loci, è ritemprante per chi possiedaun’“anima arcaica” e propedeutica alritrovamentodelle proprie radici, del nostro originario paesaggio interiore.

 

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