Russia Ucraina, chi ha ragione?

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Ha ragione la Russia o ha ragione il mondo “filo atlantista”?

Per comprendere in modo esaustivo la serie di eventi che stanno monopolizzando i media mondiali occorre una breve ripassata di storia contemporanea.

L’Ucraina il cui significato letterale è “terra di confine” è uno Stato dell’est Europa che ha ottenuto la sua indipendenza dall’Impero Russo solo nel 1918 e che fino al 1991, l’anno del dissolvimento dell’URSS faceva parte delle repubbliche sovietiche, ancora oggi un sesto della sua popolazione è di etnia e cultura russa.

Il 16 luglio 1990, in piena dissoluzione sovietica, il neonato Parlamento adottò la Dichiarazione di sovranità dell'Ucraina. La dichiarazione stabilì i principi di autodeterminazione dell'Ucraina, la democrazia, l'economia politica e l'indipendenza, la priorità della legge ucraina sul territorio ucraino rispetto al diritto sovietico. Iniziò un periodo di confronto fra il Soviet centrale e le nuove autorità repubblicane. Dopo il fallito golpe il 24 agosto 1991 il Parlamento ucraino adottò l'Atto d'indipendenza dell'Ucraina attraverso il quale il Parlamento dichiarò l'Ucraina uno Stato indipendente e democratico.

Un referendum e la prima elezione presidenziale ebbero luogo il 1°dicembre 1991. Quel giorno, più del 90% dell'elettorato espresse il proprio consenso all'Atto d'Indipendenza, e venne eletto come presidente del Parlamento Leonid Kravčuk, per servire come primo Presidente del Paese. Con un meeting a Brest, in Bielorussia l'8 dicembre, seguito dall'incontro di Alma Ata del 21 dicembre, i leader di Bielorussia, Russia e Ucraina dissolsero formalmente l'Unione Sovietica e formarono la Comunità degli Stati Indipendenti.

I rapporti con la Russia furono inizialmente molto tesi, poiché restavano da risolvere la questione degli armamenti nucleari sul territorio ucraino e il controllo della flotta del Mar Nero ancorata a Sebastopoli. Da allora l’Ucraina ha conosciuto un periodo lunghissimo di instabilità e di governi contaminati dalle mire espansioniste dei filorussi e dei filoeuropeisti.

Il 2010 si rileva un anno cruciale per l’ex stato Sovietico, poiché il candidato alla presidenza Viktor Janukovic, proveniente dal Donbass e contrario all’adesione all’UE ha vinto le elezioni, sconfiggendo Julija Tymoscenko filoeuropeista. Da allora, tra governo russofilo ed opposizione eurofila, è iniziato un duro scontro (si ricordino le manifestazioni “euromaidan” del novembre 2013) e nel 2014 Janukociv in seguito alle sommosse popolari è fuggito lasciando il posto al neopresidente eurofilo Petro Poroscenko.

L’anno 2014 rappresentò per le regioni russofone della Crimea e del Donbass fondamentale, in quanto si sono distaccate dall’Ucraina, con destini però diversi.

In Crimea, il 26 febbraio dello stesso anno sono giunte truppe russe e nella primavera, si è svolto un referendum in cui la popolazione, a maggioranza schiacciante (più del 95% con una partecipazione al voto superiore all’80%), ha espresso la volontà di aderire alla federazione russa. Da allora, la regione è effettivamente sotto amministrazione russa e, sebbene ciò avvenga contro il parere della NATO, i cui Paesi non riconoscono come valido il referendum, svoltosi però sotto vigilanza di osservatori internazionali, nessuno ha più messo in discussione lo status della penisola.

Le regioni del Donbass hanno preso una diversa e più sanguinosa strada, il mese successivo si sono svolte grandi manifestazioni contro il governo Poroscenko: i manifestanti non lo riconoscevano e chiedevano che l’Ucraina divenisse uno stato federale, temendo che con l’avvicinamento all’UE questo fosse necessario affinché i russi d’Ucraina potessero mantenere la loro autonomia culturale. 

In seguito al deciso rigetto delle loro richieste il 6 aprile i manifestanti hanno occupato i palazzi governativi e proclamato l’indipendenza, sotto forma di repubblica popolare di Donetsk e repubblica popolare di Lugansk. Nelle due nuove repubbliche si è svolto, l’11 maggio, un referendum per l’indipendenza, che è stato approvato con lo stesso sostegno dell’analoga consultazione in Crimea.

In questo contesto nel luglio del 2015 il Partito Comunista ucraino, che aveva nel paese un consenso consistente e che era il solo partito politico a contestare tanto la politica di potenza russa quanto quella della NATO, è stato messo fuorilegge. Da qui il conflitto tra due opposte fazioni ha visto aumentare la sua portata

Ma l’aspetto più del conflitto in Ucraina è il seguente: quello della compromissione del fronte filoeuropeo con i nazisti ucraini. Fin dall’inizio della guerra, l’esercito ucraino è stato affiancato dal Battaglione Azov formazione paramilitare di esplicito orientamento nazista ispirato a Stepan Andrijovič Bandera, politico ucraino, leader dell'Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN) e fondatore dell'Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA). Costui fu un adesore all'ideologia fascista, criminale di guerra nonché terrorista, che collaborò con la Germania nazista durante la seconda guerra mondiale per combattere contro i sovietici in Ucraina, questi militanti sono votati alla guerra contro gli indipendentisti. Queste formazioni neo naziste sono “il braccio armato” di diversi partiti che, fino al 2017, sono stati alleati di governo di Poroscenko.

Dal 2017, i nazisti non sono più parte della maggioranza al parlamento di Kiev, ma continuano a combattere. Non solo: ricevono anche cospicui aiuti da Kiev e dai suoi alleati, e dispongono di divisioni corazzate e di un ragguardevole equipaggiamento militare.

Il 2019 è stato l’anno in cui l’Ucraina ha eletto il successore di Poroscenko, Vladimir Zelenkij, ex comico che ha stravinto le elezioni promettendo la fine della guerra. Nonostante i buoni propositi di pacificazione sociale l’instabilità del paese non è cessata acuendosi nel 2021 in seguito all’aumento del contingente Russo successivo alla richiesta di Zelenskij al Presidente USA Joe Biden di entrare a far parte della Nato, alleanza militare sorta al termine della seconda guerra mondiale con scopo difensivo in chiave anti sovietica, e che al temine della guerra fredda non ha rispettato l’accordo preso di terminare la sua espansione europea, estendendosi invece sempre di più verso l’Est Europa rendendosi di operazioni belliche spesso non giustificabili.

L’ultimo tassello di questo complicato puzzle è rappresentato dalla recente invasione militare russa motivata dal Presidente Vladimir Putin da necessità quali la denazificazione e la smilitarizzazione dell’Ucraina, ma che sembrano non reggere un filo logico vista la riuscita annessione delle autoproclamate repubbliche del Donbass.

La domanda che sorge spontanea che può sembrare banale è la seguente: chi ha ragione?

Altrettanto banale può sembrare la risposta, di sicuro non si può stare dalla parte dei governanti i quali giustificano con sé in questo modo si può definire l’atrocità delle loro azioni con motivi umanitari che non stanno né in cielo né in terra, nel caso specifico da un lato l’opera di “denazificazione e demilitarizzazione”, una sorta di “Deus lo volt” riletto in chiave contemporanea voluta da Putin non regge in minima parte la gravità di un’aggressione nei confronti di obbiettivi civili quali edifici privati, scuole ed ospedali con i relativi massacri perpetrati ai danni della popolazione

Altrettanto ingiustificabili sono sia le azioni provocatorie quali l’espansione di una alleanza militare volta a mettere pressione nei confronti della ex seconda potenza mondiale ed attualmente prima per numero di ordigni nucleari qual è la Russia, che le omissioni nei confronti di chi come già sopra riportato nel corso degli ultimi anni ha permesso stragi nei confronti della popolazione filorussa nel Donbass.

È lecito affermare che se dal punto di vista militare ed economico (perché il motivo principale della guerra è sempre quello economico) la guerra può essere giustificata ma dal punto di vista umano no, essa va sempre rifiutata perché mutuando un’affermazione di Peppino Impastato riguardante la mafia è necessario affermare a chiare lettere che “La guerra è una montagna di merda!”.