Sacra Sindone

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Se non tutti sanno che non è stata sempre Torino la ‘casa’ della Sindone, ancor meno sono a conoscenza del fatto che, durante la seconda guerra mondiale, l’Irpinia ospitò il “sacro lenzuolo”. Esso fu nascosto prima al Quirinale, per pochi giorni, e poi, per sette anni, nell’abbazia di Montevergine, dove si salvò dai bombardamenti degli americani e dalle mire dei tedeschi. Il trasferimento della Sindone fu voluto direttamente dal sovrano, da Vittorio Emanuele III, e fu fatto in gran segreto: dell’operazione furono messi al corrente soltanto Pio XII e i cardinali Maglione, segretario di Stato, e Montini, futuro Paolo VI. Nemmeno l’Arcivescovo di Torino, Maurilio Fossati, era stato informato della partenza della Sacra Sindone dalla sua sede storica, la Cappella del Guarini nel Palazzo Reale.

La scelta iniziale era caduta su tre sedi: il Quirinale, il Vaticano o l’abbazia di Montecassino, ma nessuna di queste sembrò dare i giusti requisiti in termini di sicurezza – come gli eventi bellici avrebbero ampiamente dimostrato. Si optò, quindi, per il monastero di Montevergine, dove fu collocata in una cappella secondaria e tenuta al segreto sino alla fine della guerra.

Il secondo conflitto mondiale era cominciato il 1° settembre 1939 con l’invasione nazista della Polonia; l’indomani Francia e Gran Bretagna avevano dichiarato guerra al Terzo Reich, mentre per l’Italia Mussolini dichiarava la “non belligeranza”. Così, pochi giorni dopo, la Sindone fu trasferita dal capoluogo piemontese al Quirinale. In questo frangente, la Santa Sede convocò l’abate di Montevergine Ramiro Marcone, il quale senza indugiare si recò a Roma e comunicò con il Segretario di Stato, cardinale Maglione. Quest’ultimo lo mise a corrente dell’intenzione di trasferire la reliquia a Montevergine e l’abate, lusingato che il proprio santuario fosse stato scelto per custodire la preziosa reliquia, non tardò ad accettare l’invito.

La scelta cadde su Montevergine non solo perché si presentava come un luogo sicuro, ma anche per via dalla storica relazione che legava casa Savoia con la Madonna nera. Già nella primavera del 1433 Margherita di Savoia, figlia del duca Amedeo VIII e moglie di re Luigi III d’Angiò, aveva donato un affresco di Pietro Cavallino al Santuario mariano per esprimere la propria devozione, in quanto era scampata a un naufragio proprio grazie all’intermediazione di Mamma Schiavona. In epoca moderna, l’abbazia fu visitata più volte da Vittorio Emanuele III, dalla regina Elena e dal principe Umberto: l’ultima occasione in cui i sovrani salirono sul monte Partenio fu il 27 dicembre 1944.

Tuttavia, prima di esprimere il proprio parere favorevole sul trasferimento, il segretario di Stato Maglione volle visitare l’abbazia di Montevergine e fare un sopralluogo nella zona, in compagnia del fratello sacerdote e del vescovo di Pozzuoli. Inoltre, il cardinale Maglione nutriva una profonda stima nei confronti dell’abate Marcone, tant’è vero che due anni dopo lo investì dell’incarico di visitatore apostolico presso il neonato Stato di Croazia. Finiti i preparativi e risultato positivo il sopralluogo, il 25 settembre partirono dal Quirinale due automobili della Casa Reale, con a bordo monsignor Paolo Brusa, quale Custode della Sindone, e padre Giuseppe Gariglio, cappellano di Sua Maestà. Il giorno stesso la cassa fu nascosta nell’edificio religioso sul Monte Partenio, sotto l’altare del “Coretto di notte”, dove abitualmente i monaci salmodiavano il vespro. In caso di bombardamento, la Sindone avrebbe dovuto essere spostata in un luogo più sicuro, in un corridoio artificiale scavato nella roccia, sul fianco della montagna e profondo 145 metri.

La scelta di Montevergine, comunque, comportò qualche rischio quando l’avanzata degli eserciti alleati interessò la zona di Avellino; infatti, la città irpina, il 14 settembre 1943, subì un pesante bombardamento americano. L’abbazia, data l’altitudine, divenne l’osservatorio delle truppe tedesche e, dopo il bombardamento di Avellino, si aprì a circa millecinquecento persone che furono sfamate e medicate dai padri benedettini sublacensi. Lo stesso giorno in cui la città fu bombardata, prima del tramonto, i soldati germanici arrivarono a Montevergine e perquisirono l’abbazia. Con i fucili spiananti, essi fecero intendere ai benedettini di aver visto dalla pianura i riflessi di luce dalla montagna, per cui avevano pensato che tra le mura del monastero si nascondesse qualche spia antinazista o qualche soldato americano. Entrarono anche nella Cappella che ospitava la Sindone ma, visti i monaci in preghiera, ebbero dal loro capitano l’ordine di uscire per non disturbare la liturgia. Non c’era stata nessuna segnalazione, ma solo il riflesso lunare sui vetri del santuario, così la perquisizione ebbe termine.

Fu solo un’operazione di polizia militare, ma alcuni la associarono alle ricerche effettuate dalle SS, dalla sezione Ahnenerbe in particolare. Reliquie come la lancia di Longino, l’Arca dell’Alleanza e il Santo Graal suscitavano l’interesse della componente esoterica del Terzo Reich. Per molti anche la Sindone sarebbe rientrata nel novero delle reliquie cui Hitler anelava per sfruttarne il potere ‘magico’. Come che sia, il sacro lenzuolo non fu trovato, il conflitto finì e il Regime nazifascista ebbe la sorte che conosciamo.

A guerra finita l’arcivescovo di Torino Fossati andò a Montevergine per riportare la reliquia in Piemonte, dopo aver ottenuto il permesso del Re Umberto II, consenso indispensabile essendo la Sindone proprietà di Casa Savoia. In una lettera del 10 giugno 1946, solo tre giorni prima della partenza per l’esilio, Umberto II scriveva al cardinale Fossati dando il consenso a che la Sindone “ritrovi il suo collocamento a Torino, nella Cappella che ne reca il nome”. Quattro mesi dopo il cardinale giunse a Montevergine ma, prima di iniziare il viaggio di ritorno, autorizzò una straordinaria ostensione della Sacra Sindone solo per i padri del monastero che l’avevano nascosta e protetta. Nella notte fra il 28 e il 29 ottobre 1946 la Sindone fu aperta per soli dieci minuti nel salone di ricevimento, preparato per la cerimonia dell’ostensione dall’abate Roberto d’Amore e dagli altri monaci benedettini. Quindi l’icona fu portata nella Cappella della Madonna, dove fu celebrata la messa, al termine della quale la sacra reliquia lasciò l’Irpinia. I Savoia erano già partiti per l’esilio; per più di sette anni, in loro nome, la più straordinaria icona cristiana, era stata custodita nel più assoluto segreto dai monaci verginiani: una prova di fedeltà oggi difficilmente concepibile.

Ai giorni nostri, di quella straordinaria avventura resta una riproduzione fotografica della Sacra Sindone, donata nel maggio del 2013 dall’arcivescovo di Torino Cesare Nosaglia all’abate di Montevergine, in riconoscenza del periodo bellico.