Samantha D’Incà, la nuova breccia di Porta Pia per il rispetto di una vita dignitosa

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Il caso di Samantha D'Incà ha riportato all’attenzione pubblica il delicato tema del fine vita, ove i dolori e le sofferenza umane si intrecciano alle problematiche etico-giuridiche.

Samantha ha 30 anni e dal novembre del 2020 è in stato vegetativo permanente a seguito di un’infezione contratta dopo un’operazione al femore fratturato per una caduta davanti a casa. Da allora è sceso il buio su di lei e sulla sua famiglia.

Il giudice tutelare di Belluno, in data 5 novembre 2021, ha nominato il padre della giovane, Giorgio D’Incà, amministratore di sostegno. L’uomo accompagnerà la figlia nel suo fine vita, evitandole così ulteriori sofferenze e mettendo la parola fine al calvario di Samantha. Giorgio D’Incà avrà, come indicato nel decreto di nomina, «il potere di prestare in nome e per conto della beneficiaria il consenso informato all'eventuale interruzione delle terapie e trattamenti di mantenimento in vita» e dovrà «scegliere di concerto con i medici le modalità di interruzione dei trattamenti ed il necessario percorso i sedazione palliativa profonda, finalizzati ad escludere qualsiasi fonte di sofferenza o dolore». Come concordato successivamente alla nomina con i medici che hanno in cura Samantha, qualora si riscontrasse un nuovo peggioramento delle sue condizioni di salute si interromperanno le terapie che la stanno tenendo in vita.

Il padre già aveva richiesto la nomina nel febbraio di quest’anno per interrompere le terapie, risultando le stesse inutili e dolorose. Tale nomina gli era stata negata e nominato tutore della ragazza l'avvocato Andrea Baldassi con un primo no del Comitato etico dell’Ulss Dolomiti all’interruzione delle cure. Tuttavia, dal ricovero della giovane a Vipiteno i medici hanno dovuto constatare come «l'insieme dei dati clinico-strumentali raccolti non consente al momento di formulare ipotesi prognostiche favorevoli circa il recupero funzionale». Il 9 agosto la giovane è stata accolta alla Sersa di Belluno nel Nucleo stati vegetativi, dove è tutt’ora ricoverata. Il 20 settembre scorso il secondo parere del Comitato etico dell'Ulss Dolomiti, che ha statuito come «Samantha D'Incà si trova oggi in uno stato vegetativo irreversibile senza alcuna possibilità, al momento, di miglioramento». Il 14 ottobre è seguito il parere favorevole della Procura all'interruzione delle terapie e trattamenti di sostegno vitale.

Il problema di fondo è che Samantha non ha redatto testamento biologico secondo le indicazioni di cui alla legge 219/17 sulle dichiarazioni anticipate di trattamento, che ha stabilito come qualsiasi persona, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, ha il diritto di rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi accertamento diagnostico o trattamento sanitario proposto dal medico, anche se necessario per la propria sopravvivenza. Ciò basta ad imprigionarla sine die in stato vegetativo permanente?

Diciamocelo con tutta franchezza a quattro anni dall’introduzione della legge, che avrebbe dovuto evitare nuovi casi come quello di Eluana Englaro, sono pochi a ricorrere al testamento biologico e pochissimi i giovani che anche solo pensano al fine vita. Proprio come per Eluana la volontà della D’Incà si è ricostruita attraverso le testimonianze dei familiari e di chi la conosceva per i quali “Sammy non avrebbe mai voluto una vita così, senza coscienza, dipendente da tutto e da tutti, lo diceva sempre durante la battaglia di Beppino Englaro per Eluana, e poi per Dj Fabo”.

Ebbene, alle scelte della famiglia, del Tribunale e dei medici si contrappone chi ritiene che la donna sia ancora viva perché il suo cuore continua a battere e, quindi, l’interruzione delle cure equivarrebbe ad ucciderla. Ed allora, proprio il caso di Samantha impone di parlare di fine vita con estremo rispetto, ma attraverso un recupero assiologico che non cada nel giusnaturalismo, in una visione antropocentrica in cui i valori fondanti sono quelli che pongono la persona al centro dell’ordinamento, funzionalizzando quest’ultimo all’uomo ed alla sua dignità.

Bisogna ricordare, come affermava Indro Montanelli, “due o tre cose sulla dignità”, ovvero a parer mio riaffermare i valori più elementari dell’essere umano. Il compianto giornalista, proprio in relazione al fine vita, ricordava come “quando un invalido, per qualunque motivo lo sia, non ha più la forza di sopportare le sofferenze fisiche e morali che l’invalidità gli procura, e senza speranza di sollievo se non quello procurato dagli analgesici, ha il diritto di esigere dal medico il mezzo di abbreviare questa via Crucis” (Corriere della Sera, 21 dicembre 2000).

Vi è la necessità di recuperare il valore di dignità umana, quale base di tutti i diritti fondamentali che, come tale, non può subire pregiudizio neanche in caso di limitazione di un altro diritto e la cui necessità di tutela si avverte maggiormente proprio nel campo sanitario e nei rapporti medico-paziente.

La dignità umana è il fondamento delle direttive anticipate di trattamento e, più in generale, anche in mancanza di queste, del trattamento medico, nei confronti di pazienti in cui non ci sia la benché minima possibilità di un qualche pur flebile recupero della coscienza e di ritorno a una percezione del mondo esterno.

I principi di solidarietà ed uguaglianza sono gli strumenti ed il risultato dell’attuazione della dignità, intesa quale “lo strumento che conferisce a ciascuno il diritto al rispetto inerente alla qualità di uomo e la pretesa di essere messo nelle condizioni idonee ad esplicitare le proprie attitudini personali assumendo la posizione a questa corrispondente, limite per il legislatore e per l’autonomia negoziale” (così Perlingieri, in La personalità umana nell’ordinamento giuridico, 1972). 

Il concetto di dignità è alla base dell’autodeterminazione dell’uomo, come mette in evidenza la Suprema Corte di Cassazione (prima della legge sul biotestamento) che giustifica la disattivazione dei presidi sanitari proprio sul tale diritto, affermando come qualora non ci siano precedenti dichiarazioni del paziente, la volontà deve essere ricostruita secondo la personalità del modo di concepire l’idea stessa di dignità della persona; dignità che si interseca inscindibilmente con il valore vita tanto da diventare un unico valore della vita-dignitosa in una sorte di endiadi inseparabile.

Non possiamo, quindi, tutelare la vita a discapito della dignità, ma è necessario tutelare il valore unitario dignità-vita attraverso l’autodeterminazione, ma quando l’autodeterminazione non è più possibile perché la persona ha perso irreversibilmente coscienza e volontà bisogna perlomeno assicurarsi che ciò che resta dell’individualità umana, in cui si ripone la dignità di cui discorrono gli arrt. 2, 3, 32 della Costituzione, non venga perduta.

La persona è un “valore etico in sé, che vieta ogni strumentalizzazione per fini eteronomi ed assorbenti e concepisce l’intervento solidaristico e sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non viceversa, e guarda al limite del rispetto della persona umana in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive” (Corte di Cassazione n. 21748/2007 sul caso Englaro).

Samantha D’Incà allora rappresenta dopo Eluana Englaro la nuova “breccia di Porta Pia”, che riapre il dibattito intorno al consenso informato e all’autodeterminazione, ponendosi come punta dell’iceberg di un fenomeno che la legge sul testamento biologico non è riuscita a colmare del tutto ovvero quello dell’interruzione dell’alimentazione ed idratazione in malati in SVPT praticato, ma non ammesso per lo più. Il caso di Samantha evidenzia come la prassi molto spesso è canalizzatrice del diritto senza per questo diventare emancipatrice rispetto al diritto stesso ed è un dato inconfutabile che spesso la società civile è più avanti delle riflessioni teoriche. In tale ottica il provvedimento del Tribunale di Belluno ha interpretato e dato voce alle tendenze di innovazione presenti nella società italiana anche all’indomani della legge sul testamento biologico ed all’esigenza di ampliamento dell’autonomia e dell’autodeterminazione, riaffermando il diritto ad una vita dignitosa.