Senza padre e senza padre eterno. La civiltà dei consumi

Fonte Immagine: sociologicamente

La società di libero consumo smisurato, sopprimendo la figura del Padre e del Padre Eterno, impedisce per ciò stesso l’esodo dallo stato infantile. Rende i suoi sudditi eterni fanciulli desideranti, ignari della Legge e appagati solo dalla soddisfazione senza interdizioni del desiderio da cui di volta in volta sono attraversati: tale è, come sappiamo, il profilo giovanilistico del consumatore e tale è, a sua volta, l’assetto generale della società del free market e del free desire quale è venuta delineandosi a partire da quell’evento parricida che fu, per sua essenza, il Sessantotto. La morte di Dio che si consuma nell’evo del turbocapitalismo si lascia allora anche inquadrare come la morte del Padre Eterno e, di conseguenza, di ogni figura possibile del padre, da quello biologico a quello spirituale, fino all’idea stessa di “patria” (Vaterland), ossia del padre dei popoli. La morte del Padre simboleggia, dunque, la morte del νόμος e l’avvento di una società deregolamentata e intrinsecamente edipica, che uccide il padre e si consegna al godimento incestuoso, senza differimenti e senza regole. Tale è la società della deregulation universale, antropologica oltreché economica, che ha preso forma a partire dal Sessantotto. Quest’ultimo, come da noi chiarito in Minima mercatalia, deve essere propriamente inteso come un evento fondamentale di liberazione non dal capitale, bensì del capitale, vuoi anche come il momento decisivo al nuovo spirito del capitalismo assoluto-totalitario.

Il turbocapitalismo si caratterizza compiutamente per essere una società senza padre e senza padre eterno, abitata da giovani capricciosi che, in assenza della figura della Legge estintasi insieme con la figura del Padre, pretendono di innalzare il proprio Desiderio consumistico a unica Legge possibile. Se è vero che, in assenza del Padre e del Padre Eterno, la i desideri rioccupano lo spazio vacante delle leggi e pretendono di acquisirne lo statuto, ne segue che il giovane senza Dio e senza padre si pone come il soggetto ideale del capitalismo flessibile; e ciò anche in ragione della sua connaturata tendenza all’eccesso e alla trasgressione permanente dei limiti. Il giovane è intrinsecamente attratto dalla violazione della legge, di qualunque tipo essa sia: il superamento del limite stabilito rientra tra le caratteristiche che accompagnano la fase dell’instabilità giovanile, in perenne contrasto con l’autorità e in programmatica lotta con i padri e con la dimensione della maturità in ogni sua declinazione. Il modo puberale di intendere e di praticare la libertà non è forse quello che la identifica con il capriccio insaziabile e con la trasgressione di ogni limite?

Secondo questa chiave ermeneutica, si spiega il dilagante infantilismo consumistico per eterni giovani gadgetizzati e senza coscienza critica che fa da sfondo alla civiltà tecnomorfa senza padri e senza Dio. Il superamento della stabilità etica e della figura del padre come autorità coniugante la Legge e il Desiderio risulta, per ciò stesso, funzionale all’avvento dell’odierna società senza padri degli eterni giovani che hanno innalzato l’immaturità a stile di vita, la precarietà a valore supremo e il godimento compulsivo e trasgressivo a unica legge. È in questo scenario dai tetri contorni che, nel trionfo delle esistenze immature, si realizza la profezia di Tocqueville. Il “nuovo aspetto” del dispotismo corrisponde con impressionante aderenza a quello da lui paventato: una grigia “società livellata” (société nivelée), una folla innumerevole di uomini qualitativamente uguali e interscambiabili, intenti solo a godere – gli “ultimi uomini” profetizzati da Nietzsche –, ciascuno estraneo al destino dei suoi simili, assorbito integralmente da se stesso e dal proprio godimento acefalo, senza identità e tradizione, senza vis critica e senza spessore culturale. E, sopra di essi, quasi impercettibile, un “potere immenso e tutelare”, lasco e permissivo, mite e previdente, che li mantiene illimitatamente nello stadio dell’infanzia e dell’immaturità, di modo che sempre si divertano “purché non pensino che a divertirsi” e a godere nelle forme più disinibite, dispensati dalla fatica del pensare.

La progettualità che si sedimenta nelle forme della stabilità etica è sostituita dall’hic et nunc giovanilistico del godimento aprospettico e fisiologicamente immaturo, che non ha seguito e che ad altro non mira se non all’istantaneità del suo consumo immediato e senza interdizione o differimento (gaudeamus igitur!). Il capitale trionfante non può accettare la figura del pater familias, né quella dell’eterno padre di tutte le cose, dacché il Padre rappresenta quell’alleanza tra la Legge e il Desiderio che la civiltà edipica dei consumatori ha dissolto. La violazione di ogni inviolabile, ossia la trasgressione permanente di ogni possibile figura della legge e del limite, vengono così a coincidere con l’essenza stessa della civiltà giovanilistica dei consumatori senza padre e senza Dio: dissoltasi la potenza della Legge, il Desiderio stesso ne satura lo spazio, ergendosi esso stesso a unica legge. L’austero imperativo categorico kantiano (“tu devi!”) è spodestato da quello – immagine perfetta della civiltà merciforme – di De Sade (“devi godere!). Tale è il profilo dell’anarco-capitalismo della deregulation del reale e del simbolico, ove tutto deve essere senza limiti possibile per l’Oltreuomo a volontà di potenza consumistica illimitata, a patto che egli sia nelle condizione economiche di poterselo permettere.