Sergio Leone: cosa accomuna El Paso e il castello medievale di Torella dei Lombardi

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Cos’hanno in comune le ambientazioni desertiche e assolate dei film western con i paesaggi collinari della “Verde Irpinia”? Che cosa accomuna i saloon e le città ‘leggendarie’ alla El Paso, al borgo e al castello medievale di Torella dei Lombardi?

Il collante tra questi due scenari è la figura di Sergio Leone, regista cinematografico di fama mondiale, ‘inventore’ del genere spaghetti-western e innovatore, in ogni aspetto, dei film dedicati al far west, dal lessico alla sceneggiatura, dalla tecnica dell’inquadratura al montaggio. Figlio d’arte, di un attore e regista tra i pionieri del cinema muto italiano (Roberto Roberti) originario di Torella, e di un’attrice romana, Sergio Leone si avvicinò all’ambiente cinematografico da adolescente, partecipando da comparsa alla pellicola “Ladri di biciclette” di Vittorio de Sica, quindi occupandosi – da aiuto-regista - ai film mitologici, al genere peplum basato sulla storia greco-romana, girando il suo primo film, “Il colosso di Rodi”.

Tuttavia, la fama e il successo gli giunsero dalla metà degli anni Sessanta, con “Per un pugno di dollari”, seguito a breve scadenza da “Per qualche dollaro in più”, “Il buono, il brutto e il cattivo”, “C’era una volta il west” e, infine, “Giù la testa”. Volendo rinverdire i fasti dell’epopea western, fondata sulle interpretazioni di John Wayne e sulla regia di John Ford, ma ambendo a trascendere i canoni normativi del cinema americano, Leone produsse situazioni e personaggi rivoluzionari. Egli si ispirò allo stile di Akira Kurosawa per le inquadrature e la cura dei dettagli, sia nella trama che nella descrizione dei protagonisti, adeguando le forme narrative del medioevo samuraico nipponico ai pistoleri del far west ottocentesco.

Avvalendosi delle colonne sonore galvanizzanti e incisive di Ennio Morricone, già suo compagno di scuola, Leone produsse dei capolavori che alla visionarietà onirica delle musiche sommavano la pragmaticità e il realismo dei suoi anti-eroi. “Anti” poiché essi erano esattamente agli antipodi degli sceriffi e degli ufficiali di cavalleria all’“arrivano i nostri”, nucleo etico-esistenzialedei classici del duo Ford-Wayne. “Eroi” perché, pur essendo “brutti, sporchi e cattivi”, sanno dedicarsi a missioni e cause giuste (una rivolta politico-sociale a favore degli umili, la liberazione di una donna tenuta prigioniera o di una famiglia impossibilitata a difendersi).

Le due tipologie antropologiche che sopravvivranno alla modernità – come profetizzava Gottfried Benn -, quella del criminale e quella del monaco, furono sintetizzate dai protagonisti dei suoi film: metà banditi e metà guerrieri, essi vivevano in solitudine e in simbiosi con l’ambiente circostante, pur mantenendo un interiore distacco.Dai tratti caratteriali apparentemente antinomici e dal portamento anìmicoconflittuale, maschere improntate dall’astuzia e dalla mancanza di scrupoli, i vari ‘Sentenza’, ‘Indio’, ‘Cheyenne’, si muovono come belve affamate e assetate – di sangue, non di rado. Tagliagole e bounty-killer si confrontano a mano armata, su un terreno dove non esistono regole morali e non vengono rispettate etichette, senza remore né umanitarismi di sorta.

Pur non tralasciando di gustare le “gioie della vita”, gli eroi leoniani edificavano pazientemente la propria opera, che andava dalla vendetta personale alla cattura dei criminali, secondo l’esemplare formula del “vivo o morto”. I protagonisti dei suoi film, infatti, possedevano la forza interiore per sopravvivere in solitaria in ambienti ostili, per giustiziare i propri nemici a sangue freddo, e per portare a termine vendette progettate e immaginate da anni. Le sparatorie folgoranti, i periodi di attesa interminabili, gli sguardi intenti al pericolo imminente, le soluzioni azzardate e i frangenti rischiosi, situazioni conflittuali che possono provocare danni irreparabili o la stessa morte, si trasformano alchemicamente in stati di grazia o in visioni estasiate, dal sapore misticheggiante, in pura contemplazione dell’esistenza e dell’oblio, o più prosaicamente di banche piene di dollari da rapinare o del bottino già realizzato.

L’atteggiamento adottato nei confronti delle esperienze belliche – sia in “Giù la testa” che ne “Il buono, il brutto e il cattivo” -, riconduce parimenti al profilo del monaco-guerriero: con spirito ascetico-religioso essi si immergono nel caos degli scambi di colpi d’arma da fuoco mantenendo la “pace nel cuore”, l’assoluta calma mentre tutto gli turbina intorno. Certamente, c’è da dirsi che i pistoleri di Leone lo fanno per recuperare sacchi pieni di denaro o per realizzare una rapina colossale, ma il portamento interiore è simile a quello che ogni uomo d’arme ha tenuto in ogni epoca.

Innovazioni tecniche, idee originali, paesaggi fuori dell’ordinario, figure umane singolari e insolite, contesti inverosimili e tuttavia realistici, ambientazioni ed eventi inconsueti: tutto questo caratterizzò il cinema di Sergio Leone e ne fece la fortuna. Successo che fu basato sulla qualità, su soli sette film firmati da regista, ma che segnarono la storia della cinematografia mondiale.