Smart working. L’ennesima condanna presentata come opportunità

Fonte Immagine: cashme.it

L’emergenza legata al Covid-19 e il suo impiego come metodo di governo hanno accelerato una tendenza già in atto e, per così dire, inscritta nelle promesse e nelle premesse del capitalismo: lo smartworking o, detto con la nostra lingua nazionale, il “telelavoro”. Per via dell’emergenza epidemiologica, il lavoro a distanza, da eccezione pur già collaudata, è diventato la norma, andando sempre più rapidamente a sostituire le tradizionali forme del lavoro in presenza. Anche sotto questo riguardo, l’emergenza legata al Coronavirus è stata sfruttata ad arte dal blocco oligarchico neoliberale per velocizzare e rinsaldare una tendenza già in atto, tutta a vantaggio del polo dominante. Che, ovviamente, gli aedi del mercatismo celebrino il telelavoro come apoteosi del progresso de claritate in claritatem, è evidente, dacché si tratta, in modo incontrovertibile, di una vittoria del capitale e della sua classe di riferimento. Basti, a tal riguardo, segnalare che, grazie al telelavoro, il capitale può ora cancellare ogni linea divisoria tra tempo della vita e tempo del lavoro, riconvertendo, com’è evidente, il primo nel secondo. Il confine tra vita e lavoro, in precedenza marcato nettamente dai cancelli della fabbrica o dalle pareti dell’azienda, viene ora a evaporare: l’intera giornata lavorativa è, potenzialmente, tempo del capitale, disponibile per il lavoro e per la generazione del valore. Ogni momento e ogni luogo sono, adesso, buoni per rispondere a una email di lavoro o per sbrigare una pratica davanti al terminale della propria stanza o, meglio ancora, davanti al portatile, che per definizione può essere sempre con noi. Addirittura, il telelavoro comporta la violazione inappellabile dello spazio sacro dell’oikos, la sua aziendalizzazione: la casa stessa, profanata dalle logiche del pluslavoro, diventa il luogo di lavoro, azienda per l’astrazione del pluslavoro. È quella che potremmo anche ragionevolmente appellare l’aziendalizzazione integrale del mondo della vita. Non soltanto non v’è più una Lebenszeit, un “tempo della vita” sottratto alla presa della valorizzazione del valore. Non esiste più nemmeno un luogo che sfugga a quella logica, se perfino la nostra dimora è espugnata e diviene accessibile per le pratiche dell’azienda. Non v’è più, allora, una dicotomia tra casa e lavoro, tra vita e profitto, tra tempo per noi e tempo per il valore: il capitale sussume sotto di sé l’intera nostra vita, riducendola a sua appendice. E lo stesso si può ragionevolmente sostenere in riferimento alla scuola e alle nuove pratiche dell’e-learning e delle telelezioni. Così ha scritto Agamben: “si approfitterà di questo distanziamento per sostituire ovunque i dispositivi tecnologici digitali ai rapporti umani nella loro fisicità, divenuti come tali sospetti di contagio (contagio politico, s’intende). Le lezioni universitarie, come il MIUR ha già raccomandato, si faranno dall’anno prossimo stabilmente on line, non ci si riconoscerà più guardandosi nel volto, che potrà essere coperto da una maschera sanitaria, ma attraverso dispositivi digitali che riconosceranno dati biologici obbligatoriamente prelevati e ogni ‘assembramento’, che sia fatto per motivi politici o semplicemente di amicizia, continuerà a essere vietato” (11.5.2020, blog “Quodlibet”). Ma la vittoria del capitale, grazie al telelavoro, riguarda anche un altro aspetto, che non deve essere trascurato. La smaterializzazione del lavoro, le nuove pratiche dello smartworking, l’eclisse dello spazio fisico condiviso dell’azienda producono anche quella che si può con diritto appellare la solitudine dei lavoratori. I quali, oltre a non essere più rappresentati nei loro interessi da partiti e da sindacati – come già, in effetti, accadeva da tempo –, sono abbandonati nel loro isolamento, consegnati al distanziamento sociale di un lavoro che ciascuno deve ora svolgere, da casa, separato da tutti gli altri. Per questa via, il capitale trionfa non solo perché sussume sotto di sé ogni tempo e ogni spazio, come si è sottolineato, ma anche perché decostruisce le condizioni stesse di possibilità della genesi di una coscienza di classe e di una contestazione corale dell’ordine della produzione. Le tendenze già in atto con la precarizzazione del lavoro sono, per questa via, portate a compimento con le nuove modalità del lavoro a distanza o telelavoro che dir si voglia. È disgregato lo spazio condiviso del lavoro, dove si stava a fianco gli uni degli altri, condividendo il tempo e lo spazio, maturando la “coscienza di classe”: nella propria solitudine, ciascun lavoratore non solo è condannato all’impotenza rivendicativa, ma è, al tempo stesso, impossibilitato a maturare una coscienza della propria condizione e dei propri progetti di emancipazione. Con il precariato, tale obiettivo, rispondente a soggettive esigenze di dominio di classe oltre che di obiettiva gestione del lavoro e della produzione, era in parte ottenuto mediante la “mobilitazione totale” dei lavoratori intermittenti. Questi, per via dei contratti a tempo determinato o “a chiamata”, erano già costretti a mutare senza posa luoghi e compagni di lavoro, per ciò stesso faticando a maturare la coscienza di classe e a sedimentare le proprie aspirazioni in un progetto politico condiviso. Ora, con il telelavoro imposto come nuova normalità, il capitale compie suddette tendenze e perfeziona la propria riorganizzazione della società. Si garantisce la solitudine afasica e apolitica dei lavoratori, ai quali ha sequestrato i tempi e gli spazi della vita. Di più, si libera in forma ancora più marcata dell’interferenza del sindacato: se quest’ultimo già era obiettivamente in difficoltà nel tutelare la classe lavoratrice frammentata e precarizzata nel tempo dell’evaporazione del “contratto nazionale” e della pluralità prismatica delle forme contrattuali, lo è ancora di più nella nuova fase del Leviatano terapeutico. Le assemblee sindacali, per i lavoratori che ancora fruiscano della protezione dei sindacati, si praticano in forma telematica e a distanza. È l’apoteosi, ancora una volta, del capitale e della sua classe di riferimento.