Smettere di parlare la lingua dei padroni

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Occorre affrancarsi dalla lingua padronale e dall’apologia irriflessa che essa opera di una realtà che, in balia della scissione, rende impossibile ogni universalismo dell’emancipazione: e smettere di parlare la lingua dei padroni significa, contestualmente, produrne una nuova, del basso e per il basso, per i gruppi dominati e per la loro emancipazione, dunque – come si è cercato di chiarire in Glebalizzazione – connettendo le cose e le parole secondo la prospettiva di una dinamica emancipativa della società nella sua interezza. Infatti, il punto di vista del Signore legittima la riproduzione potenzialmente illimitata della scissione a beneficio dei dominanti, là dove lo sguardo del Servo si pone come l’algoritmo che traduce il particolare nell’universale, la liberazione propria in quella dell’intero genere umano: rivendicando, con la propria emancipazione, il superamento della scissione, il punto di vista del Servo nazionale-popolare figura come il potenziale vettore dell’emancipazione universale dell’intera umanità. Tale emancipazione è chiamata a svilupparsi nella figura di un trascendimento del modo capitalistico della produzione che sia, in pari tempo, l’attuazione di quella “semplicità che è difficile a farsi" che consiste in un’umanità fine a se stessa, secondo rapporti solidali tra individui comunitari egualmente liberi.

Sicché, come si è provato a chiarire in Pensare altrimenti, ciò che il Signore chiama – e santifica come – globalizzazione, libero mercato, privatizzazione e smart working, il Servo dovrebbe più propriamente appellare – e combattere come – “glebalizzazione”, libero cannibalismo, aggressione rapace ai beni comuni, sfruttamento da casa. Bisogna, dunque, apprendere la difficile arte del parlare altrimenti. Come vedremo, in questa stessa prospettiva, tesa a costruire il punto di vista del basso, del Servo e della sua emancipazione, la resilienza celebrata dai gruppi dominanti come virtù universale andrebbe appellata e combattuta come rassegnazione e disincantamento, vuoi anche come apatica sopportazione di un mondo che, abitato dalla contraddizione, chiede di essere trasformato mediante la prassi di una soggettività corale organizzata.

Proprio in ciò riposa l’essenza inequivocabilmente ideologica del vocabolo, strumento tutto fuorché neutro nel campo del conflitto materiale e immateriale tra Servo e Signore. In specie, il lemma stesso della “resilienza”, tra i più in auge, si incastoni mirabilmente nella galassia dei vocaboli della neolingua padronale e svolga un non trascurabile ruolo persuasivo nei confronti dei cavernicoli della civiltà dei consumi a mercificazione integrale: li convince circa l’esigenza di sopportare – e, dunque, di supportare – il diagramma dei rapporti di forza e il groviglio delle contraddizioni realmente date anziché provare a organizzarsi in vista della loro trasformazione e della loro rettificazione per il tramite dell’agire intenzionale. Il positivo riconoscimento della vulnerabilità e della non onnipotenza dei soggetti umano si rovescia dialetticamente in comandamento della passività e della predisposizione a subire, dunque in subalternità. Quest’ultima appare tanto più evidente, se si considera che il resiliente non si limita ad accettare ingiustizie e traumi, quali che siano, ma si convince anche che essi siano positivi per il suo iter di evoluzione personale.

Secondo quanto mostrato in Storia e coscienza del precariato e in Pensare altrimenti, rientra appieno nella ridefinizione post-1989 della lotta di classe biunivoca come nuovo massacro di classe unilateralmente gestito dal Signore global-elitario anche l’amministrazione monopolistica del quadro generale delle superstrutture: i descamisados del nuovo turbocapitalismo sans frontières, che un tempo erano dotati di una loro grammatica di classe (che chiamava sfruttamento, reificazione e imperialismo ciò che l’altera pars glorificava come lavoro, benessere e pace globale), ne sono oggi privi, risultano per ciò stesso subalterni, oltre che dominati.

Si trovano, così, costretti a parlare la lingua dei padroni, che santifica l’ordine di questi ultimi e la perenne sudditanza dei dominati, ora appunto celebrata con il seducente nome di “resilienza”. Dinanzi alle offensive deemancipative condotte dal blocco plutocratico neoliberale (tagli alla spesa pubblica e privatizzazioni, riduzioni salariali e dedemocratizzazione della vita pubblica), i dominati sono chiamati ad adattarsi virtuosamente, subendo i cambiamenti preordinati dall'alto.