Sorvegliare e pulire. La nuova religione terapeutica

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Il nuovo capitalismo terapeutico della (bio)sorveglianza si regge su una religione che è essa stessa terapeutica o, se si preferisce, di ordine medico-scientifico. La chiamo religione, appunto, giacché si tratta di una trasfigurazione della scienza in chiave teologica: lungi dall’essere – come pure sarebbe proprio della scienza – un sapere critico, che procede con le “sensate esperienze” e al riparo dai dogmatismi, la nuova scienza medica – inedita figura dell’“oppio del popolo” – figura come una religione onnicomprensiva, che punisce i “blasfemi” e gli “eretici”, si pone come dogmatico quadro interpretativo dell’essente nella sua totalità e si manifesta mediante riti e liturgie. Tutto ciò, invero, rivela come ci troviamo al cospetto non già di una scienza nel senso specifico del termine, bensì di una “superstizione scientifica” (Jaspers) o, se si preferisce, di uno scientismo dogmaticamente fideistico. Come tutte le religioni, anche la nuova religione terapeutica richiede “sacrifici” (gli atti del sacrum facere) ma, al contempo, non garantisce mai la salvezza finale. Ha un suo tratto messianico, che si esprime nell’attesa fideistica nella parousia del vaccino. E, naturalmente, si basa sul mito della purificazione: che, nella sua variante medico-scientifica, si esprime nella variante ipermaterialistica dell’igienizzazione, della sanificazione e della disinfestazione (in una traduzione in senso mondano del noto detto omnia munda mundis). Si tratta di una sorta di “medicalismo” dogmatico e intollerante, che per Agamben andrebbe sotto il nome di “medicina come religione” (cfr. G. Agamben, La medicina come religione, in blog “Quodlibet”, 2.5.2020). Variando il noto titolo di Michel Foucault, “sorvegliare e pulire” è il nuovo binomio della religione terapeutica: che, per salvare i corpi, deve purificarli, al tempo stesso sanificando tutti gli oggetti con cui essi possano entrare in contatto. L’acquasantiera del gel spodesta quella dell’acqua benedetta e la sanificazione medica rioccupa lo spazio vacante della sanificazione cristiana. Le cose del mondo chiedono di essere purificate, ma non più mediante un innalzamento al sovrasensibile e allo spirituale: la purificazione, come la salvezza (che non è più delle anime, ma dei corpi), viene proiettata nel piano dell’immanenza “igienizzata”, “sanificata” e “disinfestata”. Ed è raggiunta mediante il messaggio soteriologico, in senso materialistico, della scienza medica. La nuova religione del capitalismo terapeutico, poi, si fonda sulla colpa, più precisamente sulla colpa inespiabile: o, meglio, sulla colpa che deve essere espiata giorno per giorno, con quotidiani sacrifici e sofferenze, senza mai sperare di estinguerla in via definitiva. Come il debito economico, così il “debito sanitario” deve essere intrinsecamente inestinguibile: esso, infatti, figura come un efficacissimo dispositivo di cattura, che imprigiona l’indebitato – economico o terapeutico che sia – in catene che non si vedono, se non nei loro effetti apertamente liberticidi. L’indebitato non è libero, essendo invece vincolato a colui il quale, in quanto creditore, ne amministra l’esistenza: per questo, il debito ideale è, per definizione, quello inestinguibile. È, mutatis mutandis, una ripresa del dispositivo del “debito-colpa” (Schuld) già da tempo operativo nella teologia economica del liberismo: delle sofferenze che si abbattono ogni giorno su di noi e sui nostri figli siamo responsabili noi soltanto, con il nostro agire irresponsabile, con la nostra stolta abitudine a “vivere al di sopra delle nostre possibilità” e con la nostra cronica incapacità di “tenere i conti in ordine” (i conti dei contagi). La penitenza quotidiana, con il suo visibile marchio, non è più ostentata dal cilicio, dalla cenere sul capo e dall’autoflagellazione: il nuovo marchio è dato, invece, dalle autocertificazioni e dai gel sanificanti, ma poi soprattutto dalla mascherina, il simbolo dello schiavo ideale (con volto coperto e parola interdetta), ma poi anche del fedele che si riconosce per il pentimento e per l’accettazione del dolore che si autoinfligge. Alcuni dei sacerdoti di questa nuova religione terapeutica hanno, non incidentalmente, dichiarato la loro guerra santa contro i no mask, come li hanno sprezzantemente definiti: ossia contro tutti gli “infedeli” che non siano disposti a piegare il capo alla nuova religione punitiva del regime terapeutico. La nuova divinità maligna del virus non promette, per definizione, benessere e felicità: può, tutt’al più, garantire provvisorie sospensioni della sofferenza e della penitenza, cioè brevi intermezzi tra una manifestazione pandemica e l’altra del nuovo deus malignus. Per il tramite dei suoi sacerdoti vaticinanti che si esprimono con il linguaggio di una scienza trasfigurata in verbo sacro, il deus malignus del virus ci chiede, dunque, di non smettere mai di credere e di obbedire ai precetti di questa religione tecnoscientifica, di non cessare mai di esibirne i marchi e di praticarne le liturgie, che vanno dall’ostentazione della mascherina all’uso ininterrotto dell’amuchina e del disinfettante. Per questa nuova religione priva di trascendenza, i cui sacerdoti hanno il camice bianco e irridono apertamente ogni religione che non sia la loro, il nemico principale non è la materia, come era per molte delle religioni tradizionali: il nemico è, invece, l’altro o, più precisamente, ogni relazione reale con l’altro. Si potrebbe dire che la lotta della religione tradizionale contro la materia sopravvive, nell’ordine della nuova religione scientifica dal cielo spopolato, nella lotta contro la “materialità” delle relazioni umane. Per la nuova religione atea e materialistica della scienza medica, che sostituisce la promessa di salvezza delle anime con la promessa di salute dei corpi, la colpa peggiore di cui il fedele possa macchiarsi è, appunto, la relazione sociale “materiale”, “corporea”, “fisica”, in ogni sua forma e in ogni suo grado, dall’abbraccio tra amici al bacio tra amanti, dalla protesta di piazza alla celebrazione corale delle vecchie religioni. La nuova religione sanitaria ha sostituito la reale relazione “materiale” tra i viventi con la falsa relazione immateriale tra profili telematici, tra grigi schermi di apparati tecnici che, nell’atto stesso con cui evocano l’altro, procedono alla sua esclusione. È la prima religione che non religat, che non “unisce” gli uomini, ma li divide, separandoli mediante il sacro dogma del distanziamento sociale. Non crea una comunità di fedeli, ma ottiene la loro fedeltà separandoli e tenendoli a debita distanza gli uni dagli altri. Lotta contro le comunità reali, in quanto tali necessariamente composte da “infedeli” ed “eretici”: e, con movimento sinergico, promuove una comunità non comunitaria di individui isolati, di adepti della relazione telematica e del nuovo comandamento “state a casa!”. La religione terapeutica non genera, di conseguenza, una comunione di esperienze vissute insieme nel tempo e nello spazio, nella prossimità tra i viventi: al contrario, porta tutti, ma in modo isolato, a vivere la medesima esperienza della solitudine ieratica del lockdown e della contactless society. Non predica la vicinanza con il prossimo, ma il distanziamento sociale (e, dunque, l’esclusione del prossimo, reso distante e inavvicinabile): con la conseguenza del tutto paradossale per cui, secondo i comandamenti della nuova religione terapeutica, amare il prossimo significa tenerlo distante ed essere parte della comunità dei fedeli vuol dire, per tutti e per ciascuno, “stare a casa” isolati. Il prossimo non è più un fratello, in quanto creatura del medesimo Padre eterno: è, invece, un potenziale malato asintomatico, da cui occorre immunizzarsi tenendolo a distanza (e questo, paradossalmente, è considerato “amore per il prossimo”). In tal modo, si trasformano in semplice paura della morte il nichilismo e la precarietà, l’ansia del futuro mutilo e l’assenza di prospettive: vi è riuscita, appunto, la narrazione pandemica, che ha dato una sorta di involucro religioso al nichilismo dominante nell’Occidente in fase di tramonto.