Spoliticizzazione. La politica come marketing e il dominio della tecnica

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Mediante la spoliticizzazione dell’economia e l’annichilimento dello Stato sovrano democratico, si instaurano, con le parole di Lukács, “il dominio dell’economia sulla società” e la sovranità assoluta del capitale finanziario. Quest’ultimo, grazie all’operato del giusglobalismo, abbatte le legislazioni giuslavoristiche, i contratti nazionali, il diritto costituzionale, le acquisizioni sociali a difesa dei subalterni.

La politica diventa mero marketing elettorale, che si rivolge alla clientela reclamizzando prodotti suadenti e caratterizzati dall’essere espressioni plurali del medesimo, ossia della civiltà dei mercati innalzata ideologicamente a solo mondo possibile. Basti rammemorare, inter alia, il caso di Hank Paulson, l’ex numero uno di Goldman Sachs, che ricoprì in seguito la carica di Ministro del Tesoro statunitense, in precedenza ricoperta da un altro ex capo di Goldman Sachs, Bob Rubin: nel quadro del nuovo ordine mondiale turbofinanziario, i banchieri diventano politici e la politica è semplice “governabilità” funzionale al retto e indisturbato andamento dei mercati speculativi. È quello che Luciano Gallino ha definito l’“attraversamento incontrollato dei confini tra politica ed economia”.

Non si oblii neppure il fatto che il presidente americano Obama – premio Nobel per la pace e, insieme, fervente esportatore della democrazia missilistica – fu un candidato creato in vitro dal blocco egemonico finanziario e clintoniano, conscio della debolezza di Hillary Clinton, moglie del presidente Bill Clinton. Lo stesso Donald Trump, che all’apparenza rappresentò l’anomalia del sistema, venne rapidamente amministrato, normalizzato e disciplinato dall’establishment finanziario.

I processi reciprocamente innervati della Neutralisierung e della Entpolitisierung si proiettano nitidamente in un fatto inedito, che segna anch’esso una cesura rispetto al “secolo breve” e che ci conduce all’odierna fase della “politica perduta”: per la prima volta, la società complessivamente intesa non rappresenta più a sé la propria generale dinamica attraverso la politica. Né si pensa oggetto di una possibile trasformazione a partire da progetti politici miranti a rimodellare l’esistente e il diagramma dei rapporti di forza.

Nel trionfo del post-politico, la precedente dimensione della politica e delle sue passioni forti è sostituita dal prosperare di formazioni ideologiche microsettoriali e a bassa, quando non nulla, intensità politica. Tali sono, inter alia, il femminismo e l’ecologismo, il fondamentalismo religioso e il nazionalismo tribale, il veganesimo antispecista e l’omosessualismo militante.

Tali formazioni ideologiche frammentano prismaticamente l’intero sociale nelle dicotomie delle parzialità su cui esse stesse si reggono. Sicché si rivelano intrinsecamente inadeguate per ogni progetto politico teso a ricostituire su nuovi fondamenti la società alienata.

Ed è anche in forza di ciò che le summenzionate ideologie post-politiche si lasciano, in ultimo, fortemente condizionare e limitare, nelle loro applicazioni pratiche, dall’onniavvolgente ideologia del mercato. Tale ideologia fa loro da costante sfondo ideologico, spesso inconscio: esse si muovono tutte, infatti, sulla preventiva e indiscussa – perché tacitamente assunta come indiscutibile – accettazione del fundamentum inconcussum della libera circolazione delle merci e delle persone mercificate.

Si tratta, per lo più, di movimenti post-ideologici, che assumono il sembiante di mobilitazioni per un singolo obiettivo rivendicativo e mai contro l’ordine sistemico egemonico. Assai raramente rivendicano l’uguaglianza e quasi sempre aspirano al riconoscimento della differenza (di genere, di scelte sessuali e alimentari, ecc.), a patto che essa sia compatibile con l’ordine globalizzato e con le asimmetrie classiste su cui intrinsecamente si fonda.

Tali movimenti post-ideologici non mirano mai a prendere il potere, rovesciando marxianamente lo stato di cose per produrre una mutatio rerum e un nuovo ordine sociale: semplicemente tentano di ottenere un controllo diretto e immediato sulle condizioni di vita dell’individuo, concepito alla stregua di un atomo isolato, che incidentalmente può aggregarsi ad altri. Non presentano, poi, una durata nel tempo, poiché il soggetto collettivo che li rappresenta si dissolve rapidamente nel momento in cui ottiene l’obiettivo desiderato o nel momento in cui rinunzia ad esso. Anche sotto questo profilo, rispecchiano appieno l’essenza della postmoderna epoca dell’effimero e del fondamento instabile e transeunte.

Il politico, per parte sua, è connesso con la dimensione della scelta e della decisione, in uno spazio entro cui si confrontano dialogicamente idee diverse – secondo la diade oppositiva di amico e nemico – sulla direzione generale e totale della vita associata e dell’organizzazione collettiva delle esistenze: ora, tale spazio, abbandonato dalla politica, è stato consegnato al mercato stesso, alla sua autocrazia e alla sua potenza superiorem non recognoscens. È stato, dunque, riassorbito dall’economia spoliticizzata.