Sul Platone di Kurt Hildebrandt

Fonte Immagine: edizioniar

Le Edizioni di Ar hanno appena dato alle stampe, in nuova traduzione, l’opera monumentale (più di cinquecento pagine) di Kurt Hildebrandt, Platone. La lotta dello spirito per la potenza (titolo originale: Platon. Der Kampf des Geistes um die Macht). Seppur testo imprescindibile nella storia delle interpretazioni del pensiero platonico, il libro di Hildebrandt sconta però da decenni la pruderie ideologica dell’accademia conformista, che mal ne digerisce financo la copertina dell’edizione originale, uscita nel 1933 per i tipi della berlinese Bondi, storica casa editrice del George-Kreis. Lasciando ad altra occasione (assai prossima) l’analisi del contenuto magistrale del lavoro di Hildebrandt, qui darò una scorsa, s’intende parecchio limitata, alla sua ricezione, partendo proprio dai tanti j’accuse mossigli dagli accademici ‘progressisti’.

L’inizio è col botto: sfogliando le pagine di un vecchio “Almanacco di filosofia” della rivista ‘progressista’ per antonomasia, vale a dire Micromega (per la precisione è il 3/2007), ci s’imbatte in uno scritto di un accademico americano, Richard Wolin, tutto incentrato sulla paranoica ricerca delle simpatie naziste di Hans-Georg Gadamer. A un certo punto Wolin segnala la “encomiastica recensione” (p. 151) dedicata da Gadamer nel 1935 al testo di Hildebrandt, dalla quale veniva fuori l’immagine di un libro da considerare come “un modello degli studi platonici attuali” (p. 152). Per inciso, si tenga presente che Gadamer si era abilitato nel 1928 con una tesi su Platone, sotto la guida di Paul Friedländler (non proprio l’ultimo arrivato nel campo degli studi platonici). Quindi a parlare è uno specialista di Platone. Ma per l’accademico americano ci si trova di fronte esclusivamente a una delle tante prove del nazismo di Gadamer, visto che il libro di Hildebrandt è (addirittura!!) “orrendo” (p. 151), in quanto la Repubblica vi viene trattata “come modello della dittatura politica e le allusioni ai nazisti abbondano” (p. 151). Per cui, recensire con favore un libro nazista è una dimostrazione provata di nazismo. E il cerchio, come si suol dire, si chiude.

Più subdola è la strategia argomentativa utilizzata da Mario Vegetti nel suo “Un paradigma in cielo”. Platone politico da Aristotele al Novecento (Carocci, 2009), in cui si legge come “l’appropriazione del pensiero politico di Platone da parte dell’ideologia nazionalsocialista” (pp. 76-77) avesse trovato “la sua più matura formulazione ‘scientifica’ nel grande libro di Kurt Hildebrandt, Platone. La lotta dello spirito per la potenza” (p. 77). In pratica, nella stessa frase Vegetti, ambiguamente, da un lato non può non riconoscere l’importanza dell’opera di Hildebrandt, dall’altro la mette in discussione, senza contare che il tono generale dell’argomentazione è suggerito al lettore dal titolo assai esplicito del paragrafo che è “L’usurpazione nazista di Platone”. Paragrafo che, però, se venisse letto con attenzione, senza farsi distrarre dai soliti trucchi, finirebbe per dire cose parecchio lontane dall’intenzione dell’autore. Per esempio, si scoprirebbe che in effetti molti dei temi portanti del suo libro - “i temi dello stato organico, del dominio di un’aristocrazia dello spirito, dell’eroismo fondatore” (p. 77) – Hildebrandt li ha reperiti “nella letteratura platonica del Terzo umanesimo” (p. 77), quindi non certo nell’arsenale ideologico nazionalsocialista. E basta dare una scorsa alle pagine che Vegetti dedica all’opera di Julius Stenzel, Platone educatore, del 1928, per ritrovarvi altri motivi, come la critica “al razionalismo ‘illuministico’ ionico” (p. 75) e l’esaltazione della “enorme potenza della comunità statale che forma l’individuo e lo solleva al di sopra di sé stesso” (p. 76), pure presenti nel testo di Hildebrandt. In quanto allo scontato accostamento tra il Kampf  utilizzato da Hildebrandt nel sottotitolo della sua opera e il Mein Kampf di Hitler (p. 77), Vegetti non pare ricordare che Hildebrandt nel 1924 aveva scritto un’opera intitolata Wagner und Nietzsche. Ihr Kampf gegen das 19. Jahrhundert. Per il resto, anche per Vegetti “le allusioni ai nazisti abbondano”: quando Hildebrandt si oppone al presunto dualismo platonico tra corpo e anima, “sembra riproporre le celebri tesi dell’ideologo nazista Alfred Rosenberg” (p. 79); il tema della “vittoria” ricorderebbe “al lettore i fasti hitleriani del 1933” (p. 80); anche “la discussione sul coraggio nel Lachete”, rivolta alla gioventù, “non lascia dubbi” (p. 80) al lettore, che “può qui a scelta pensare alla Hitlerjugend oppure alle SA” (p. 81); “la decisione di Platone di rinunciare all’azione politica diretta” avrebbe costituito “la premessa”, passando “attraverso secoli e millenni”, della “definitiva vittoria postuma del 1933” (tutte le citazioni a p. 83). Non credo sia necessario commentare simili “argomenti”.

Nel suo Il nazismo e l’Antichità (Einaudi, 2017), Johann Chapoutot afferma che “il filosofo ufficiale del Terzo Reich…sembra essere meno Nietzsche che non Platone” (p. 199). Ora, a parte alcuni imbarazzanti giudizi su Alfred Bäumler che, con tanti saluti alla logica, viene accusato, nella stessa pagina, e proprio in relazione a Nietzsche, di aver “dedicato un’intera opera a tentare di nazificarlo” (p. 199), ma anche di aver riconosciuto “che il nazionalsocialismo, nelle sue origini, non ha preso quasi nulla direttamente da Nietzsche” (p. 199), è evidente come l’aver innalzato Platone a ideologo ufficiale del Terzo Reich renda indifferibile il confronto proprio con Hildebrandt. Innanzitutto, tranne un fugace accenno, Chapoutot passa sotto silenzio il fatto essenziale che la lettura politica di Platone era iniziata ben prima della salita al potere di Hitler,  ovvero col fondamentale Platon di Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff, uscito nel 1919. Quindi non si trattava affatto di “una nuova esegesi dell’opera platonica” (p. 201) messa in campo dal nazionalsocialismo, come vorrebbe far credere, maliziosamente, lo storico francese. Di poi, quando Chapoutot insiste sull’accento messo sempre da Hilbebrandt sulla visione agonale e conflittuale del mondo “propria dei greci” (p. 203) e dello stesso Platone, non sembra rendersi conto che anche qui, lungi dall’imbattersi nell’ennesima mistificazione nazista, ci si trova di fronte a una lettura del mondo greco risalente a Nietzsche e soprattutto all’opera capitale di Jacob Burckhardt, Griechische Culturgeschichte. Per finire, quando, per Hildebrandt, Platone mirerebbe “alla costituzione di ciò che egli chiama un Grossgriechenland” (p. 204), ciò sarebbe una evidente allusione al “Grossdeutschland pangermanista e in seguito nazista” (p. 204). Ma la cosa divertente è che anche in questo caso Chapoutot provvede ad autoconfutarsi, ricordando come quel disegno unitario si spiegava benissimo sullo sfondo “della discordia civile fratricida, di una guerra permanente fra città greche, che, come Platone intuiva chiaramente, avrebbe determinato la loro scomparsa” (p. 204). Non contento, Chapoutot azzarda anche un paragone con “l’estremo frazionamento degli Stati tedeschi prima dell’unificazione del 1871” (p. 204), del tutto improbabile, in quanto non ci consta affatto l’esistenza di una conflittualità endemica e devastante tra tali Stati sul modello greco, almeno a partire dalla fine (1648) della guerra dei Trent’Anni.

In chiusura di quest’amena carrellata, per quel che riguarda Mauro Bonazzi, che nel libro da lui curato insieme a Raffaella Colombo, Sotto il segno di Platone. Il conflitto delle interpretazioni nella Germania del Novecento (Carocci, 2020), se la prende con la copertina del libro di Hildebrandt, “su cui campeggiava una svastica” (p. 53), e col “Kampf che evocava in tutta evidenza il Mein Kampf hitleriano” (p. 53), non ho nulla da dire, rimandando allo scoppiettante commento in merito, a cura di Umberto Colla, che si può leggere in appendice all’edizione appena pubblicata dalle Ar.
Se infine qualcuno fosse interessato a una ben diversa ricezione del Platone di Hildebrandt, del tutto aliena da questo cumulo di banalità demonizzanti, potrà leggere, con profitto, le pagine del fondamentale lavoro di Eric Voegelin, Ordine e storia. La filosofia politica di Platone (il Mulino, 1986). E questo è quanto!