Sul referendum

Fonte Immagine: avig

Merita qualche riflessione la decisione di chi, pur venendo da ‘destra’, abbia invitato a votare no al referendum appena tenutosi, non solo perché frutto di un ragionamento autenticamente politico, ma soprattutto perché decisione per nulla comoda. Ed è questo il punto su cui vorrei dire qualcosa. Ovviamente sarebbe stato fin troppo facile richiamarsi alla tradizione antiparlamentare fascista e neofascista, o magari riesumare la camera delle corporazioni e amenità varie. Sarebbe stato altrettanto facile cavalcare il plebeo risentimento ‘anticasta’, compresa la ridicola demagogia sul ‘taglio’ dei costi della politica, oppure esaltare il referendum come momento essenziale della democrazia diretta, senza avvedersi che in casi del genere, come ho già cercato di spiegare in un articolo precedente, il popolo è eterodiretto da poteri che lo trascendono.

Sarebbe stato ancor più facile accodarsi al grottesco qualunquismo del ‘nulla cambia’ e del ‘sono tutti uguali’, tipico di chi, non contando nulla nemmeno a livello di comitato di quartiere, può permettersi questo nullismo politico, ben sapendo che non pagherà mai pegno proprio perché politicamente irrilevante. Tra l’altro, si tratta di una posizione del tutto dimentica della fondamentale lezione schmittiana sull’amico-nemico; ma tener presente tale lezione significherebbe avere già una consapevolezza genuinamente politica.

Inutile poi aggiungere che simili posizioni, formalmente inattaccabili (se sono tutti uguali, chi lo denuncia ha ragione a prescindere), e quindi in grado di garantire lo scontato ritornello post factum dell’‘avete visto che avevo ragione’?, sono prive di qualsivoglia significato e valore politici, ma servono soltanto a perpetuare uno dei vizi capitali degli ambienti ad altissimo tasso di ideologizzazione, cioè quello di evitare di prendere direttamente parte allo scontro politico, pur di garantirsi una minimissima rendita di posizione (va da sé, meramente ideologica) di solito declinata in termini genericamente antisistema, con la classica giustificazione della liquidazione delle parti in lotta, accusate di essere le due facce della stessa medaglia. Bene ha fatto, perciò, chi, pur riconoscendosi ‘a destra’, ha preso una strada radicalmente diversa da tutto ciò. Che poi tale strada abbia condotto ad una sconfitta è il prezzo da pagare per chi, rischiando, ha comunque scelto, sempre schmittianamente, di decidere scendendo nell’agone politico, piuttosto che rifugiarsi in qualche innocuo empireo ideologico o nel rassicurante conformismo della maggioranza.