Teologia scientifica. I nuovi sacerdoti dell’irrazionale

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“Nell’esperienza si trova ciò di cui si ha bisogno, solo se si sa in anticipo che cosa cercare”. Così scrive Kant nel suo testo Determinazione del concetto di razza umana (1785). Quella di Kant è una nemmeno troppo velata polemica contro l’empirismo radicale di chi – ieri come oggi – si rivela in balia del fanatismo del dato e del positivismo del fatto puro. Kant, che sempre riconosce e valorizza le ragioni della scienza e del sapere nei limiti dell’esperienza empirica, è altresì pronto a demistificarne le illusioni. Tra le quali spicca, appunto, il mito del dato puro, svincolato dal soggetto e da ogni quadro interpretativo: il dato, cioè, in grado di parlare da sé, in maniera obiettiva e scientifica. Per Kant, non è possibile procedere in questo modo e anche quanti si illudono di farlo agiscono sempre, invero, utilizzando preconcetti e quadri interpretativi dei quali non sono consapevoli. Già solo per distinguere il fatto da ciò che non lo è, non bastano, con tutta evidenza, i fatti. Ma anche nel modo in cui lo “scienziato” empirico seleziona i dati, li pone in connessione tra loro, escludendone alcuni, già è operativa l’istanza ermeneutica, che non è, ovviamente, un dato di fatto. Anche lo scienziato, che ingenuamente crede di prescindere da nozioni preconcette, ne è in realtà segretamente guidato, quand’anche non lo sappia. Ne discende un paradosso, peraltro evidentissimo nell’odierno tempo della sacralizzazione della scienza medica trasfigurata in dogma indiscutibile: lo scienziato che pretenda di non avere preconcetti e teorie non “fattuali” finisce puntualmente per ingannare se stesso, dacché contrabbanda come dato oggettivo quel che, invece, è il frutto di una sua selezione interpretativa. Si pensi anche solo ai “dati” relativi ai morti che sono stati trasmessi, con cadenza giornaliera, tra marzo e aprile del 2020, nei “bollettini di guerra” della Protezione Civile. Erano dati che assai spesso si riferivano genericamente ai morti “di” Coronavirus, senza precisare che si trattava di morti “con” Coronavirus, ossia di pazienti già affetti da patologie pregresse, talvolta mortali. Si assumeva lo schema del post hoc, ergo propter hoc in forma assolutamente dogmatica e ideologicamente non neutra rispetto al paradigma del worst case scenario. In tal maniera, con tutta evidenza, l’oggettività dei dati restituiva una tutt’altro che oggettiva cifra di morti, indistintamente classificati come morti “di” Coronavirus: e faceva, dunque, apparire il Covid-19 responsabile di decessi che forse, a rigore, trovavano la propria ragione in un’altra causa (o, se non altro, concausa). Negare la distinzione tra morti “di” e morti “con” Coronavirus è un’operazione squisitamente ideologica, in un caso come nell’altro. Se si considerano tutti i casi come morti “con” Coronavirus, si sta sottovalutando la letalità del virus. Se, al contrario, si registrano tutti i casi come morti “di” Coronavirus, si sta sovrastimando la letalità del patogeno. Ebbene, anziché operare distinguendo con attenzione e con le modalità proprie della ragion critica kantiana, quasi subito si scelse di catalogare ogni decesso come morte “di” Coronavirus, secondo l’assunto indimostrato perché indimostrabile del post hoc, ergo propter hoc. Di più, in Italia (ma non solo), a fine marzo del 2020 sembrava che si morisse soltanto di Coronavirus, quasi come se le altre malattie avessero perso la loro letalità, fossero sparite ex abrupto o, in ogni caso, non meritassero attenzione mediatica. Ancora nel novembre del 2020, il dottor Matteo Bassetti così ammise: “abbiamo sbagliato a contare i decessi, anche chi aveva un infarto con un tampone positivo veniva registrato come morto per Covid” (“Il Corriere della Sera 19.11.2020). E dunque, evidentemente, il numero dei morti “per” Covid-19 finiva per risultare ingigantito, secondo quello che Bassetti qualificava come uno “sbaglio” e che, invero, rientrava appieno nella cornice narrativa del worst case scenario. D’altro canto, come apertamente ammise Walter Ricciardi, consigliere del Ministero della Salute, “se non ci sono i morti, sembra che la gente non resti a casa” (“Radio Punto Nuovo”, 24.10.2020). A tal riguardo, si consideri anche solo questo esempio. Per quanto estremo esso sia, contribuisce a gettare luce sulla non innocenza dei cosiddetti dati di fatto: Muore annegato in mare, ma è positivo al Covid: conteggiato tra le vittime dell’epidemia (“L’eco dell’Alto Molise”, 29.9.2020). Significativo, del resto, è anche il fatto che il veneto Angelo Trevisan, presentato come “il primo morto di Coronavirus in Italia” (“Il Corriere della Sera”, 22.2.2020), strumentalizzato per settimane dal circo mediatico, risultò, nel maggio dello stesso anno, grazie al referto autoptico sul cadavere, deceduto per “gravi patologie cronico-degenerative pregresse” (Coronavirus, sorpresa: il primo morto di Covid non è morto per colpa del virus: “Affaritaliani.it”, 19.5.2020). Naturalmente, a parte “Affaritaliani.it”, che con onesta precisione diede la notizia, nessun altro quotidiano nazionale si peritò di diffonderla, anche solo per porre rimedio a settimane di infondata strumentalizzazione mediatica di un morto per patologie non legate al Coronavirus. Curiosamente, mesi dopo, con l’arrivo del vaccino in Europa nel dicembre del 2020, la logica del post hoc, ergo propter hoc si sarebbe improvvisamente invertita in relazione alle pratiche vaccinali: ogni morto “dopo” la somministrazione del vaccino non poteva essere classificato, previo accertamento, come morto “a causa di” vaccino, quand’anche l’evidenza fattuale lasciasse davvero scarso margine alle interpretazioni (cfr. Covid, in Norvegia 23 morti “associate alla vaccinazione” tra persone anziane e fragili. Aifa: “Nessun allarme, massima attenzione”, “Il Fatto Quotidiano”, 16.1.2021). Eppure, si continuava indefessamente a rubricare come morto “a causa di Covid” ogni decesso avvenuto “dopo” la contrazione del Coronavirus, in ossequio alla logica del post hoc, ergo propter hoc. Era davvero arduo negare che questa palese “diversità di trattamento” per la suddetta logica del post hoc, ergo propter hoc rinviasse a ragioni ermeneutiche che, comunque le si volessero intendere, non erano fatti, ma schemi interpretativi di fatti e, per di più, connessi a una più o meno evidente ipotesi di lavoro biopoliticamente non neutra (worst case scenario più vaccinazione di massa). È di primaria importanza ricordare come, nel rapporto del 20 marzo 2020, per esempio, l’ISS (Istituto Superiore di Sanità) segnala che su un campione di 481 decessi (su 3.200 esaminati), nel 23,5 per cento dei casi i pazienti deceduti avevano un’altra patologia; ancora, che il 26,6 per cento ne aveva due, che il 48,6 per cento ne aveva tre o più e, infine, che solo l’1,2 per cento non aveva altre patologie oltre a quelle causate dal Coronavirus. Questa lucida demistificazione del mito regressivo del “dato di fatto” è, in fondo, uno dei portati della svolta trascendentale di Kant: svolta in accordo con la quale kein Objekt, ohne Subjekt, “non v’è oggetto senza il soggetto”. Il dato di fatto è sempre mediato dal soggetto pensante (dall’“Io penso” – direbbe Kant –, che accompagna ogni mia rappresentazione). Questo non vuol dire, ovviamente, che occorra orientarsi con interpretazioni sciolte dai dati dell’esperienza, magari volando con le ali della fantasia. Occorre, invece, essere consapevoli che ogni teoria scientifica è sempre frutto anche di un’interpretazione, di una scelta ermeneutica e, dunque, anche – non di rado – di concreti interessi materiali ed economici. Sembra che la lezione di Kant sia stata obliata e che lo scienziato, segnatamente il medico, sia stato eletto a nuovo sacerdote di una religione – la teologia scientifica – che si fonda sul culto feticistico del dato di fatto, divinizzato in una sorta di oggetto sacro che non può essere discusso. Per questa via, il discorso del medico cessa di essere un’interpreazione sucesstibile di eventuali confutazioni scientifiche e si tramuta in dogma teologico oggetto di fede indiscutibile, pronta a reprimere gli eventuali eretici, ossia quanti non si inginocchino devotamente dinanzia al dato di fatto e ai dogmi del sacerdote in camice bianco. Assistiamo, quasi increduli, al ritorno di uno scientismo rozzo e ingenuo, che si manifesta nell’ormai onnipervasivo discorso del medico e, sulla sua scia, della politica terapeuticamente corretta, che ha essa stessa adottato il vocabolario della medicina (“Cura Italia”). Si tratta di uno scientismo primitivo e rozzo, dicevo, perché ha dimenticato la lezione del criticismo di Kant: e nutre fede illimitata nei dati, intendendoli nella loro – in realtà inesistente – forma “pura” e “assoluta”. Non insisterò oltre sulla questione dei tamponi e del numero dei decessi, su cui già ho portato l’attenzione: è un esempio da manuale di come il dato del fatto si fondi sempre su una precisa ipotesi interpretativa, che, appunto, senza essere essa stessa un dato di fatto, guida e dirige la soggettiva opera del medico di selezione, omissione e sequenza dei fatti stessi. Con le parole di Kant da cui abbiamo preso le mosse, nel piano dell’esperienza troviamo ciò di cui siamo in cerca, sapendo in anticipo dove e come indirizzare le ricerche. Con il suo culto del dato di fatto (che già rivela il marchio della società reificata, del regno delle cose), la scienza – diceva Giovanni Gentile – condivide con la religione l’obiettivismo assoluto: quello in virtù del quale entrambe “credono” in un oggetto esterno e superiore rispetto al soggetto. La prima lo appella Dio, la seconda lo chiama “dato di fatto”. Entrambe tendono, sia pure con approcci e su basi differenti, a colpevolizzare quanti non si prostrino dinanzi al loro oggetto di culto. Non è un mistero, in fondo, che il modo capitalistico della produzione, fin dal suo momento genetico, trovi nella scienza un proprio prezioso alleato: calcolo e riduzione dell’essente a quantità, culto della cifra e del dato di fatto, empirismo e riduzione del sapere a semplice accertamento dell’esistente obiettivo, sono altrettanti elementi che rendono, da subito, il moderno empirismo scientifico il correlato essenziale del capitalismo. Il quale, peraltro, nelle sue fasi che – in Minima mercatalia (2012) – chiamavamo “tetica” (XV-XVIII secolo) e “dialettica” (dalla seconda metà del XVIII secolo fino al 1968), alternava al proprio amore per la scienza un non meno intenso (e non disinteressato) amore per la religione come instrumentum regni di disciplinamento delle anime e dei corpi. Ora, il nuovo tecnocapitalismo (“capitalismo assoluto-totalitario”, con le grammatiche di Minima mercatalia) non ha più bisogno della religione dei cieli, che deve anzi mettere in congedo (come compiutamente è avvenuto, in effetti, con la Chiesa “normalizzata” di Bergoglio): e si fonda ormai solo più sulla scienza o, rectius, su una scienza che si fa essa stessa religiosa, vuoi anche su un integralismo superstizioso che applica al piano empirico dell’immanenza (l’unico ammesso) la fede assoluta propria della religione della trascendenza. Il culto superstizioso del dato di fatto mi pare rientri appieno in questo nuovo scientismo teologico, del quale è, forse, la manifestazione più lampante, più diffusa e innegabilmente più perniciosa.