Teologicamente corretto. Bergoglio e la nuova Chiesa mondialista

Fonte Immagine: remocontro

La chiave di volta per comprendere la svolta mondialista della Chiesa attuata mediante l’altrimenti inspiegabile sostituzione di papa nel 2013 resta la lunga intervista rilasciata da Bergoglio a “La Stampa” e apparsa il 9 agosto del 2019. Vi sono fissati i punti saldi di quello che proponiamo di appellare il “papulismo”, ossia il mondialismo pauperista della Chiesa bergogliana, priva di trascendenza e di opposizione rispetto al nichilismo della cosmopoli dei mercati. A sorprendere, di suddetta intervista, non è solo la completa assenza di ogni qualsivoglia richiamo alla salvezza portata da Cristo, al destino eterno dell’uomo e, ancora, al bisogno del divino e del sacro. È anche, e in misura non inferiore, la perfetta sovrapponibilità tra la sensibilità di Bergoglio e quella del logo unico mondialista. Tale perfetta sovrapponibilità emerge limpidamente fin dal titolo (“Papa Francesco: ‘Il sovranismo mi spaventa, porta alle guerre’”), che è, certo, frutto di una scelta redazionale interna al giornale, ma che, in ogni caso, fedelmente rispecchia il contenuto dell’intervista e le parole di un pontifex che sempre più appare intento a “creare ponti” non già tra cielo e terra, bensì – nello spazio dell’immanenza sdivinizzata – tra cristianesimo e civiltà tecnocapitalistica.

Nel corso dell’intervista del 2019, affiora in maniera trasparente come il pontefice non sia scosso da preoccupazioni inerenti al nichilismo dilagante, all’apostasia dalla fede cristiana, al sempre più radicale e diffuso oblio di Dio e alla ormai egemonica scristianizzazione dell’Europa. Insomma, a turbare il cuore del papa di Roma non sono le questioni legate alla fede, al “gregge” cristiano e alle sorti del cristianesimo e dell’istituzione. Le preoccupazioni che attanagliano il pontefice sono, invece, di ordine puramente immanente, legate alle sorti della mondanità in quanto tale, del tutto a prescindere dal messaggio cristiano e dalla questione della fede. Sono, per di più, preoccupazioni connesse non con i mali del globalismo, ma con l’emergenza del sovranismo populista come reazione a quei mali. In sostanza, i crucci di Bergoglio, per come emergono dall’intervista, sono gli stessi di un qualsivoglia capo di Stato o di un qualsivoglia segretario di partito e, più precisamente, di un partito di area global-liberista. La sensibilità per il tema del globalismo mercatista e per i desiderata dei gruppi dominanti emerge limpidamente, oltretutto, dalla nomina del luglio del 2021, da parte del pontefice, di Mario Draghi in qualità di membro dell’Accademia delle Scienze Sociali. Nella figura di Mario Draghi – superfluo sottolinearlo – si condensa l’immagine del nuovo ordine mondiale bancocratico e nichilista, del quale la Chiesa, avendo rinunziato a svolgere la propria funzione catecontica, è divenuta semplice ancella.

Addirittura, nel contestare le ragioni della sovranità nazionale, nella summenzionata intervista del 2019, Bergoglio ricorre all’argomento – asylum ignorantiae – della reductio ad Hitlerum: “si sentono discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel 1934”… In sostanza, per il pontefice, il sovranismo non corrisponde all’esigenza dei misèrables del globalismo di risovranizzare l’economia per ridemocratizzarla, limitandola mediante la forma Stato e, in tal guisa, contenendo il neocannibalismo del libero mercato deregolamentato su scala cosmopolitica. Au contraire, il sovranismo è da identificarsi, per il pontefice – proprio come per un qualsivoglia esponente della global class finanziaria o per un qualsivoglia intellettuale left-oriented di completamento di quest’ultima –, con l’infausto ritorno del sempre in agguato nazismo. E ciò, peraltro, in un completo oblio del fatto che – come si è argomentato in altra sede ("Glebalizzazione") – Hitler non soltanto non era un sovranista, ma un imperialista, ma addirittura apertamente progettava l’unificazione dell’Europa sotto guida teutonica, il superamento delle sovranità nazionali e l’assunzione di una moneta unica europea.

Che la prospettiva di Bergoglio sia a) chiusa a ogni figura della trascendenza e, insieme, b) affine a quella del polo dominante, con il quale condivide la rinuncia alla sfera del trascendente e la demonizzazione del principio di sovranità nazionale democratica (liquidato con il lemma orwelliano di “sovranismo”), emerge, sempre nell’intervista a “La Stampa”, dall’apologia dell’immigrazione di massa, fulcro del programma mondialista di aggressione alle classi lavoratrici e alle comunità etiche solidali. La battaglia sostenuta da Bergoglio, nel 2019, a in difesa dei “porti aperti” si sposa, anche in questo caso, con i desiderata della classe dominante e del suo deplorevole traffico di vite umane. “Dio è un porto sempre aperto” fu, per inciso, la definizione che del divino creatore fornì, in questa stessa cornice di senso, il teologo postmoderno Vito Mancuso nel 2019. Nell’immigrazione di massa, il pontefice ravvisa non già i tratti del nuovo nefarium negotium del colonialismo e della deportazione di schiavi a opera dell’Occidente, bensì un’“opportunità” e una “speranza”, lasciando apparire meno spregevoli quei processi mediante l’impiego di categorie del tutto decontestualizzate e inservibili come “integrazione” e “accoglienza”. Dal punto di vista dell’ateismo liquido e dell’indifferenza, si ha, in effetti, l’impressione che l’Inferno sia il luogo di dannazione esclusivamente riservato a quanti, per una via o per un’altra, osino sfidare e ostacolare i progetti di riprogrammazione globalista dell’ordine sociale a beneficio della global class liquido-finanziaria.

V’è, a tal riguardo, una foto del febbraio del 2019, che ritrae Bergoglio insieme con don Capovilla, parroco di Marghera: i due sono intenti a mostrare un gadget, sul quale campeggia, ben leggibile, la scritta “porti aperti”. È il gadget con il quale gli agenti del mondialismo “sensibilizzano”, a loro dire, sul tema delle migrazioni, di fatto promuovendo con i nobili nomi di “integrazione” e “accoglienza” i processi di deportazione neoschiavile e di barbaro sradicamento degli africani dai nuovi negrieri del capitale.

Di fronte all’orrore della deportazione di schiavi dell’Africa gestita da associazioni e navi private e guidate in astratto da ideali umanitari e in concreto dalla gelida assiomatica del profitto, Bergoglio non scelse la strada che fu di Cristo: ossia la via consacrata a quella difesa degli ultimi che, nel caso specifico, si sarebbe dovuta determinare in concreto come lotta contro il nefarium negotium condannato da papa Gregorio XVI nel 1839 e ora coincidente, mutatis mutandis, con la deportazione e il traffico di vite umane e, dunque, come battaglia contro lo sradicamento dei popoli dalla loro terra, dalla loro civiltà e dalle loro radici culturali, materiali e spirituali.