Tra le dune del deserto

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Nelle ultime settimane, le sale cinematografiche di mezzo globo hanno dato luogo alla proiezione di quello che – dopo il non incisivo Tenet, firmato da Nolan – verrà ricordato probabilmente come il primo grande kolossal dell’era post-covid. Denis Villeneuve, d’altronde, non è nuovo a grosse sfide del calibro di Dune. Appena nel 2017, il regista canadese si era infatti sobbarcato il rischio della produzione di un sequel al cult movie dei ruggenti anni ‘80 Blade Runner. Il regno della fantascienza sa di casa per chi ha diretto lungometraggi come Arrival (un complesso studio, persino linguistico, per un ipotizzabile primo grande incontro tra umani e alieni), Enemy (liberamente ispirato al visionario Uomo duplicato di Saramago, intento ad analizzare le esistenze agli antipodi di due uomini essenzialmente identici da un mero punto di vista fisico) e infine il già citato Blade Runner 2049. Proprio con quest’ultima pellicola, le analogie nella realizzazione di Dune si fanno più significative.

Il penultimo decennio del XX secolo dimostra essere, per Villeneuve, una vera miniera d’oro, fonte di ispirazione per eccellenza. Una delle pietre miliari della fiction fantascientifica, come il titolo di Scott dell’82, ha fatto da apripista nell’esplorazione del nascente mondo distopico-futuristico immaginato in quegli anni. Proseguendo su quella stessa linea d’onda, Villeneuve ha deciso quindi di spostare il suo sguardo su uno dei più grandi fallimenti del genere: la versione del 1984 di Dune messa in scena da David Lynch. Per dare un’idea dell’hype che si creò attorno alla produzione, basti pensare che il capolavoro di Ridley Scott, appena due anni prima, aveva attestato il suo budget attorno ai 30 milioni di dollari. Dune portò ad una spesa complessiva di 40 milioni, divenendo per parecchi anni uno dei film più pagati della storia. Incidevano, in questo senso, la cura minuziosa per costumi e trucco; la realizzazione maniacale di ogni singolo set e della scenografia interplanetaria; i circa 6 mesi per l’aggiunta di effetti speciali in post-produzione con l’aiuto di ben 4 troupe diverse; la presenza di un cast molto ricco e nutrito, con punte di diamante rappresentate da Kyle MacLachlan, Max von Sydow e Sting. Nonostante le incredibili premesse, il film si rivelò essere un vero e proprio fiasco. La cosa che più veniva rimproverata all’ambizioso progetto di Lynch era la sua profonda incomprensibilità: dalle pagine del New York Times, Janet Maslin ironizzò dicendo che «molti dei personaggi di Dune sono sensitivi, il che li mette nella posizione unica di essere in grado di capire ciò che accade nel film». Ci fu però anche chi non andò così per il sottile, proclamando che «questo film è un vero casino, una incomprensibile, brutta, non strutturata escursione inutile nei reami più oscuri di una delle sceneggiature più confuse di tutti i tempi». In poche parole: le promesse non furono mantenute e Dune finì nel dimenticatoio, archiviato come uno dei più spettacolari naufragi su celluloide.

Nel 2013, un documentario volle riaprire una storia che ormai a tutti sembrava chiusa. Jodorowsky’s Dune è il breve racconto di un sogno enorme, forse ancora più grande del faraonico viaggio onirico ad occhi aperti intrapreso da Lynch. Dinanzi ad una telecamera, il drammaturgo cileno naturalizzato francese classe 1929 racconta la sua personale esperienza con Dune. Negli anni ’60, forte dei suoi primi successi, Jodorowsky aveva accarezzato l’idea di adattare al maxischermo la collana di bestseller scritta da Frank Herbert. Si trattava di un nucleo di sei romanzi vincitori dei principali riconoscimenti per la narrazione sci-fi, come i premi Hugo e Nebula. Jodorowsky pensò di fare le cose in grande: ci vollero mesi per la preparazione di storyboard, abbozzi di sceneggiature, costumi, ambientazioni, mentre per quanto riguardava l’elenco di attori circolavano nomi di mostri sacri del calibro di Orson Welles, ma anche personalità tratte da altri universi artistici come Mick Jagger e perfino Salvador Dalì. Il tutto accompagnato da una colonna sonora d’eccezione composta per l’occasione dai Pink Floyd. Inutile dire che per rendere tutto questo meraviglioso delirio realtà, sarebbero stati necessari degli sforzi monstre da parte delle case di produzione hollywoodiane contattate dal direttore artistico. Sforzi che, però, non diedero mai seguito a nulla di concreto. Il magnifico castello di sabbia edificato da Jodorowsky crollò sotto il peso di un imprescindibile ragionamento commerciale, oltre che dalla poca fiducia accordata nel drammaturgo sudamericano da parte dei grandi Studios.

E arriviamo così all’atto terzo della incomprensibile parabola di Dune. Dopo essersi affermato come classico intramontabile nel campo letterario, il balzo sul grande schermo non era riuscito per ben due volte a Dune: la fantasticheria si era infranta in un’occasione contro la bieca e pragmatica necessità di rispondere ad una spesa sostenibile, nell’altra contro i gusti del pubblico. Ed è in questo punto dell’intreccio che si inserisce Denis Villeneuve. Anche il suo Dune non si distingue certo per la volontà di volare basso: tra 2018 e 2019, il regista aveva già affermato di lavorare su due lungometraggi e una serie tv che facesse da spin off alla prima opera. La cifra adoperata per garantire la proiezione del primo film della serie è, di per sé, una piccola manovra economica: 165 milioni di dollari. Più di quanto speso per molti fiori all’occhiello della Disney e all’incirca la stessa somma andata a sovvenzionare un altro pezzo da novanta dell’universo narrativo fantascientifico: Interstellar. La Warner Bros ha deciso di confidare nel disegno di Villeneuve, permettendogli di dare vita ad un nuovo cosmo profondamente credibile, capace di sbalordire per l’altissimo tasso di verosimiglianza delle immagini realizzate, accompagnando la bellezza del comparto visivo alla sicura efficacia delle musiche composte da Hans Zimmer e da nomi altisonanti per quanto riguarda la voce degli interpreti (dal protagonista ben noto al nostro pubblico, Timothée Chalamet, a grandi divi di Hollywood come Javier Bardem o Rebecca Ferguson, fino a giungere alla cantante-attrice Zendaya e alla ex-star del ring Batista, non nuovo a ruoli da villain in produzioni di questo tipo).    

Le prime reazioni a questo ultimo (solo in ordine di tempo) tentativo di dare una dignità cinematografica a Dune sembrano stavolta dare ragione al loro ideatore: l’opera è ancora in testa alle classifiche in sala e continua a macinare denaro e buone recensioni (91% di valutazioni positive su Rotten Tomatoes e parole di elogio anche su altre testate accreditate come La scimmia pensa). Evitando ogni tipo di spoiler, quello che si può senza dubbio dire riguardo a Dune è che è un film che, quantomeno per lo sforzo incalcolabile profuso nella rappresentazione di nuovi pianeti, esseri fantastici e realtà da sogno (o da incubo…) merita una chance, rigorosamente sul grande schermo!