UE, o della messa a morte della democrazia

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Con un inconfessabile impeto di parresia, il 9 aprile del 2013, intervistato dal “Telegraph”, l’ex cancelliere tedesco Helmut Kohl ammise apertamente che, in caso di referendum, il popolo della Germania mai avrebbe approvato l’ingresso della propria nazione nell’Unione Europea, spingendosi ad asserire senza perifrasi: “nel caso dell’euro sono stato come un dittatore”.

Né deve essere obliato che, quando vi fu il Trattato di Maastricht, Danimarca e Irlanda furono, di fatto, costrette d’imperio ad approvarlo: dato che inizialmente si erano opposte con un referendum, ne fu presentato successivamente un secondo.

In conformità con un modello sempre più peculiare delle odierne democrazie senza democrazia, le libere votazioni sono ammesse, a patto che il popolo pauperizzato “liberamente” scelga ciò che autocraticamente e privatim l’élite finanziaria ha già stabilito. Il caso di quanto sta attualmente accadendo con la questione del Brexit ne è una ulteriore prova lampante.

Questo aspetto dovrebbe indurre a una seria riconsiderazione dell’assioma dello Steuart dell’Inquiry into the Principles of Political Economy (1767), secondo cui “un’economia moderna è la più efficace redine che mai sia stata inventata contro la follia del dispotismo”.

Le figure e i rapporti di forza consustanziali al capitalismo assoluto stanno mostrando uno scenario decisamente diverso rispetto a quello ottimisticamente tratteggiato da Steuart: l’economia moderna diviene essa stessa, irresistibilmente, “la follia del dispotismo” e la “più efficace redine” contro la possibile gestione politica democratica della vita pubblica dei popoli.

A suffragio del carattere post-nazionale e post-democratico dell’Unione Europea, basti rammemorare, en passant, il funzionamento bizantino del parlamento: unico organo elettivo, esso è privo di potestà legislativa, con l’ovvia conseguenza per cui non può in concreto esercitare il potere sovrano proprio di qualsiasi vera democrazia.

Il procedimento che lo contraddistingue, infatti, è tale per cui la Commissione propone le leggi, il parlamento viene consultato e, in ultimo, il Consiglio dell’Unione Europea le approva. Inoltre, il parlamento può approvare o respingere le proposte della commissione, senza che, in concreto, il Consiglio sia de jure obbligato a tenerne conto. Figura, insomma, come una maschera che occulta l’essenza autenticamente non democratica dell’Unione Europea.

Pur nobilitandosi retoricamente con il richiamo del tutto arbitario agli “spiriti magni” della tradizione europea (da Kant a Husserl), l’Unione Europea non presenta altro obiettivo, fin dal suo momento genetico, se non l’integrale svuotamento degli Stati nazionali del vecchio continente, ora privati delle loro prerogative, assegnate a istituzioni estranee e rispondenti solo ai desiderata degli ierofanti della finanza post-nazionale e del profit making sconfinato.

Per questa via, gli Stati sono sottomessi a entità terze sovranazionali, le quali, a loro volta, coincidono con gli interessi del grande capitale e con le cupole transnazionali della turbofinanza globale: “il ruolo ancillare e coreografico dei parlamenti è sancito chiaramente dai trattati”.

Nel rovesciamento della modernità come spazio della politica degli Stati sovrani nazionali, l’economia finanziarizzata e spoliticizzata assurge a superiorem non recognoscens: il precedente nesso interno agli Stati sovrani è capovolto, poiché è ora l’economico a dominare il politico, ridefinendolo come mera prosecuzione della propria logica.

In ciò si manifesta in modo adamantino l’essenza della “gabbia dell’euro”, con la sua funzione di metodo governamentale neoliberista. Sotto questo profilo, l’euro non è affatto una “moneta incompiuta”. È, al contrario, perfettamente realizzata nel suo scopo e nelle sue determinazioni in senso liberista, ossia secondo l’ordine per cui era stata concepita da quelli che sono stati definiti gli “architetti dell’euro”. In quanto metodo governamentale neoliberista, l’euro garantisce stabilmente la “protezione degli interessi finanziari dell’Unione Europea” e del padronato cosmopolitico.

Lo si evince nitidamente, tra l’altro, dalla strutturale “rotta di collisione" che pone ad hoc l’euro in contrasto strutturale con le politiche welfaristiche, destrutturando la base stessa di ogni possibile compromesso tra Stato e mercato, tra politica ed economia. In questo senso, l’euro, più che come una moneta incompiuta, dovrebbe essere inteso come una “moneta illegittima” nel suo stesso fondamento.

Per questo motivo, la risposta alla domanda posta, tra gli economisti non allineati al verbo liberista, da Sapir – faut-il sortir de l’euro? – dipende dal punto di vista assunto: l’esodo dall’euro e dall’eurozona, che per la global class sarebbe necessariamente un male, è condizione necessaria (sia pure non sufficiente) per la salvezza del polo nazionale-popolare. Ed è solo in questa prospettiva di classe che, in fondo, ha senso interrogarsi sul “futuro dell’euro”.

Storicamente, nell’epoca post-1648, l’economia si poneva come il regno dei mezzi e la politica come il regno dei fini. Nel quadro del turbocpitalismo post-1989, il rapporto si è rovesciato: l’economia è divenuta il regno dei fini, che dispone della politica come regno dei mezzi, per tutelare gli interessi materiali della power élite competitivista (con l’annessa pratica, largamente in uso, del legislation shopping, ossia del pagamento a beneficio dei parlamentari affinché votino le leggi favorevoli alle classi dominanti).