Un golpe planetario nascosto dietro l’emergenza epidemiologica

Fonte Immagine: dotmug.net

Fin dal marzo del 2020, l’emergenza come metodo di governo divenne la nuova normalità, con annessa normalizzazione dei dispositivi biosecuritari attivatisi per fronteggiare l’emergenza stessa. Lo stato d’emergenza che le dittature novecentesche sfruttavano – o creavano ad arte – su base nazionale per rispondere a uno “stato di guerra” o a un “pericolo di sedizione” che richiedeva una svolta autoritaria, tesa a garantire la sicurezza in pericolo, era ora attuato sul piano globale mediante un inedito regime di verità medico-scientifico. Se le libertà e i diritti chiedevano di essere repentinamente compressi, ciò dipendeva dalla necessità vitale di rispondere, in termini di sicurezza e di protezione, alla minaccia di un “nemico invisibile” che era non più, come nella Germania hitleriana, il “pericolo” comunista a cui si imputava di avere incendiato il Reichstag, ma un virus mortifero e sconosciuto, invisibile a occhio nudo e, dunque, sempre potenzialmente presente in ogni luogo. A suffragare questa analogia, al netto delle differenze (tra le quali, anzitutto, il già richiamato carattere globale del nuovo golpe), è peraltro il fatto che, da subito, il contenimento del contagio fu paragonato a un nuovo “stato di guerra” che, conseguentemente, richiedeva l’assunzione di una disciplina marziale e il sacrificio delle normali condizioni di esistenza. La rimodulazione autoritaria, anche nel caso del nuovo ordine sanitario, era giustificata come risposta obbligata e senza alternative a un attacco di tipo bellico, sia pure a opera di un virus: la scelta politica dei gruppi dominanti e del loro tableau de bord era, così, legittimata e occultata dietro la vernice dell’emergenza epidemiologica e del discorso medico-scientifico di riferimento. Tra l’altro, la società edonista dei consumatori di massa, permissiva e centrata sull’idea di libertà come liberalizzazione individualistica dei consumi e dei costumi, aveva in parte condotto le classi dominate a ritenersi davvero libere di fare tutto, sia pure nella forma reificata del consumo: a tal punto che suddette classi dominate si erano spinte, nell’ultimo lustro (2015-2020), non solo a contestare platealmente l’ordine del capitale globalista (mouvementdesgiletsjaunes in Francia, OccupyWall Street, ecc.), ma addirittura a esprimersi in maniera ostinata e contraria rispetto ai desiderata del blocco oligarchico neoliberale. Così si spiegano, tra l’altro, il Brexit (votato nel 2016 e attuato nel gennaio del 2021) e la vittoria di Trump su Clinton (2016), il referendum greco contro l’austerità della UE (2015) e quello italiano contro la riforma costituzionale (2016), nonché l’eteroclita esperienza del governo “gialloverde” in Italia (2018-2019), vero e proprio experimentum sovranista e populista inviso a ogni settore delle classi dominanti. In sostanza, tra gli inconvenienti, forse non previsti, della società edonista dei consumi vi fu la generazione, a mo’ di effetto collaterale, della convinzione nei ceti dominati di poter scegliere realmente anche in materia sociale, politica ed economica. Una riorganizzazione autoritaria della società poteva, dunque, apparire funzionale a una devitalizzazione apriorica tanto dello spirito antagonistico dei ceti nazionali-popolari, quanto della loro importuna capacità di esprimere, secondo le procedure della democrazia parlamentare, posizioni divergenti e, talvolta, opposte rispetto a quelle del gruppo dominante. In particolare, una popolazione resa fragile e insicura, addomesticata e opportunamente terrorizzata dal timore di contagiarsi edi morire tra le atroci sofferenze dell’“intubazione” si sarebbe guardata bene dall’osare opporre resistenza al blocco dominante e, dunque, dal tentare comportamenti elettorali contrari a quelli voluti dal potere stesso: incidenti di percorso come il governo gialloverde o l’elezione di Trump, le giubbe gialle galliche o le formazioni populiste, non si sarebbero più dovuti verificare in futuro. La “società signorile di massa”, come la qualificò Luca Ricolfi, venne rapidamente accantonata: rimasero solo le catene ai piedi e alle mani del polo dominato, visibilissime con i lockdown e i divieti di assembramento. Il capitalismo neoedonista della società aperta si capovolse nella nuova società autoritaria dei lockdown e dei divieti di assemblea.