Un ultimo spicchio di Licorice Pizza

Fonte Immagine: cineclick

È stata un’annata a dir poco movimentata per la notte degli Oscar. Ne abbiamo parlato nello scorso appuntamento, approfondendo sui vari momenti cruciali della manifestazione. È stato forse il primo anno in cui davvero il temibile virus che ha terrorizzato e tenuto in scacco il mondo per almeno un biennio intero è sembrato essere solo un ospite marginale della rassegna, messo all’angolo anche dalle notizie che si rincorrevano su una delle più tremende e violente guerre che la giovane Unione Europea abbia dovuto affrontare poco fuori dai suoi confini regionali. 

È stata anche un’annata di grandi ritorni e di nomi eccellenti che si sono dovuti accontentare di semplici nomination, senza condire la loro presenza all’evento con alcun prelibato premio. Belfast, annunciato inizialmente come capolavoro dell’anno cinematografico, per poco non è rimasto a bocca asciutta, incassando l’oscar per la miglior sceneggiatura originale per una delle opere sicuramente più ispirate di Kenneth Branagh, volenteroso di ricostruire (con qualche artificio) una sorta di componimento a metà tra l’autobiografico personale e il vissuto di un popolo. Dune ha saputo conquistare la vetta nella scalata a numerosi dei riconoscimenti tecnici, ma non si è imposto nei premi dalla maggior risonanza: niente male comunque per quello che si è offerto al grande pubblico come solo un piccolo pezzetto del nuovo mondo re-immaginato dalla mente del visionario Denis Villeneuve. 

Chi invece, per davvero, ha visto il suo titolo scansarsi alle varie premiazioni dell’Academy è stato Licorice Pizza, nuovo lavoro del sempreverde Paul Thomas Anderson. A quattro anni dalla sua candidatura per le statuette più ambite del mondo cinematografico – l’ultima volta infatti era stato per Il filo nascosto, nel 2018 -, Anderson era giunto alla serata più importante con tre categorie in cui poter competere. La giuria però, evidentemente, ha preferito altre pellicole a quella del director statunitense. 

Va detto che il lungometraggio di Anderson è tutt’altro che un film “comune”. Alla prima visione, sembra piuttosto di aggirarsi in una nebulosa di episodi avvenuti nelle giovani vite dei due carismatici protagonisti, spesse volte sfilacciati tra di loro e magari neanche significativi ai fini dell’evoluzione della vicenda. L’intreccio principale è presto spiegato (occhio agli spoiler da qui in avanti). Tutto ruota attorno ai due protagonisti del racconto: Cooper Hoffman, ragazzo alquanto precoce, illuminato dalle luci della ribalta per uno spezzone in un film di successo e sempre attento a ragionare su come aggiungere banconote al suo portafoglio; e Alana Haim, non il prototipo di donna che ci viene solitamente propinato dal grande schermo e dalla maniacale sponsorizzazione del corpo femminile in atto su ogni tipologia di social, ma dotata di un fascino accattivante e di un incredibile savoir faire. Questa sgangherata coppia, in cui il fattore età viene anche ribaltato rispetto alla normale messinscena filmica (lei venticinquenne in crisi per il suo percorso lavorativo, lui appena quindicenne e perennemente entusiasta), la farà da padrona per tutti i 130 minuti che compongono la proiezione. Tra piccole aziende messe in piedi dal nulla e innovative start-up, il fiuto per gli affari di Cooper unirà i due ragazzi, che nonostante i numerosi momenti di distacco e i continui allontanamenti, coroneranno il finale del film con una delle più classiche sequenze rallentate con tanto di abbraccio e bacio conclusivi. 

A dirla così ci troviamo di fronte ad un non poi così raro romanzo rosa in tre dimensioni. Ma la vera essenza di Licorice Pizza non è questa. Il medesimo titolo dell’opera potrà fungere da guida interpretativa del significato ultimo del prodotto firmato Anderson. Per gli spettatori più attenti dei multisala infatti, non sarà sfuggito il dettaglio che il nome “Licorice Pizza” non viene mai ripetuto dalla voce di nessuno degli attori facenti parte del cast. Nessun riferimento, nessuna scritta in sovrimpressione, nessun cartellone apparso per un breve istante a schermo. Questo perché Licorice Pizza non è oggetto, ma un concetto che racchiude in sé ciò che davvero Anderson voleva trasmettere attraverso questa sua ultima fatica cinematografica: l’epopea di un’epoca e di una realtà geograficamente e culturalmente ben delineata. Le biografie di Alana e Cooper vanno di pari passo con la narrazione di emozioni, sensazioni, modi di pensare tipici della California degli anni Settanta, in un periodo di profonde incertezze tra crescita economica e crisi energetica, tra trombe di guerra e manifesti pacifisti, tra cortine di ferro e muri pronti a crollare. E tutte queste incertezze animano l’esistenza dei due giovanissimi protagonisti, anche loro sospesi tra il voler apparire formidabili e imbattibili e il sentirsi, sotto la loro crosta esterna, fragili e indifesi ai cambiamenti del mondo e…dei loro corpi. Anche la sessualità, per quanto il film sembri incanalarsi a tratti in un filone chiaramente rock’n’roll finisce per essere argomento sempre e solo sfiorato marginalmente e con delicatezza. E nonostante alcune delle immancabili menate tipiche da adolescenti. 

Un film molto vero che, sotto la sua patina di semplicità, si pone l’obiettivo di raccontare da uno dei punti di vista più innocenti in assoluto, un tempo che ha lasciato innumerevoli strascichi nel nostro presente e che prende il nome di infanzia per molti degli spettatori che hanno riempito le sale nelle scorse settimane.