Una mia replica a Eugenio Musto

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Ringrazio Eugenio Musto per la recensione che ha voluto dedicare al mio saggio Difendere chi siamo. Le ragioni dell’identità italiana. Nel tempo delle acque basse che ci troviamo, nostro malgrado, a vivere è sempre più raro trovare interlocutori disposti a dialogare ascoltando, secondo i canoni dell’agire comunicativo. Va sempre più di moda la prassi del colpire senza ascoltare e senza leggere, condannando senza aver neppure provato a comprendere e, ancor prima, ad ascoltare le ragioni del “condannato”. Secondo quando raccontato da Plutarco, quando Euribiade, comandante della flotta, alzò il bastone per batterlo, Temistocle, anziché snudare la spada, gli disse: “batti, ma ascolta!”. Ed è proprio di questo che oggi v’è più che mai bisogno: di ascolto e di dialogo, anziché di “bastonate” tra chi non vuole ascoltare. 

Questa situazione, peraltro, mi pare connessa a filo doppio con lo scenario che ho tratteggiato nel mio saggio; scenario in cui prevale l’omologazione planetaria e ogni voce vagamente disallineata, lungi dall’essere ascoltata, è semplicemente ostracizzata in partenza, battuta senza pietà come stava per fare Euribiade con Temistocle. Momenti di confronto e di dialogo, come quelli resi possibile dalla pacata e puntuale recensione di Eugenio Musto, sono dunque una eccellente rarità, che non deve essere lasciata sfuggire. 

Da quel che ho potuto intendere, io e Musto condividiamo, nella sostanza, il giudizio sul presente come tempo del conformismo di massa e dell’omologazione planetaria; lo concepiamo come un tempo di barbarie e di immiserimento, spirituale ancor prima che economico. Ed è, per questo, che, forse con approcci e provenienze differenti, ci troviamo a condividere una forma di spirito di scissione rispetto all’odierno evo a forma di merce: evo che quanto più finge di valorizzare il pluralismo e il multiculturalismo, tanto più impone l’esatto contrario, id est il monologo di massa e il monoculturalismo del mercato per “ultimi uomini” in del nichilismo. 

Ciò su cui, mi pare di intendere, le nostre strade si dividono è il giudizio in sé sul capitalismo, che Musto in qualche modo giustifica, pur condannandone le sue derive contemporanee, e che io, per parte mia, condanno in sé e per sé, considerando quelle contemporanee non come derive, ma come necessari sviluppi del capitalismo stesso. Insomma, per Musto il capitalismo è malato, per me è la malattia. Certo, Musto usa la più presentabile formula “liberalismo”, che però è, in fondo, l’involucro politico del capitalismo, come l’homo oeconomicus ne è l’involucro antropologico, come l’empirismo antimetafisico ne è l’involucro filosofico, come il colonialismo e l’imperialismo ne sono gli involucri geopolitici, e così via.

Si potrà dire che ci vorrebbe un capitalismo regolato, tale da non “soffocare” ogni istanza spirituale e politica sotto il peso opprimente delle prestazioni ipertrofiche della forma merce. E, ovviamente, sarei d’accordissimo: precisando, però, che un tale modello non sarebbe il capitalismo, ma sarebbe già qualcosa d’altro. Prova ne è che, lasciato a sé, il capitalismo prova ad abbattere ogni freno e ogni limitazione di quel genere, come la storia successiva all’annus horribilis del 1989 dolorosamente ci insegna.

Insomma, per evitare che il capitalismo realizzi appieno le sue premesse e le sue promesse (finanziarizzazione, immiserimento dei ceti medi, autocrazia dei mercati, spoliticizzazione dell’economia, decostruzione delle democrazie parlamentari, ecc.), ci vuole qualcos’altro, che capitalismo non sia, e che possiamo variamente appellare socialismo, democrazia, cultura, ecc. Ciò significa, però, come volevo dimostrare, che il capitalismo, se lasciato a sé, si compie nell’attuale scenario, che non è una sua perversione, essendo invece la sua naturale attuazione.