Unione Europea, la vittoria dei nostri nemici di classe

Fonte Immagine: diegofusaro

Come ho cercato di chiarire estesamente nel mio studio Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (2012), siamo ormai in una nuova fase del capitalismo, che può diritto qualificarsi come “capitalismo assoluto”, l’epoca del fanatismo dell’economia e del monoteismo del mercato. Il capitale è oggi assoluto perché è “sciolto da” (ab-solutus) ogni limite residuo, da ogni freno in grado di limitarne lo sviluppo. A partire dal 1968 – mito fondativo di un capitalismo post-borghese –, si mette in congedo la cultura borghese, la sua sfera valoriale (etica, culturale, religiosa) incompatibile con l’estensione illimitata della forma merce. A partire dal 1989, il capitale procede rapidamente alla “spoliticizzazione” (Carl Schmitt), alla rimozione del limite politico, e dunque dello Stato nazionale come forma in grado di garantire, sia pure in forme non esenti da contraddizioni, l’egemonia della politica sull’economia. Si è, così, imposta una spoliticizzazione dell’economia che è, poi, l’altra faccia dell’economicizzazione della politica: la gelida gestione tecnico-amministrativa del sociale e la governamentalizzazione biopolitica della nuda vita spodestano la decisione politica della comunità sovrana. La ratio oeconomica della teologia mercatistica non accetta altre ragioni, compresa quella del politico.

L’economico si regge, per sua natura, su uno spazio senza confini e tale da produrre una globocrazia anonima e impersonale, deterritorializzata e senza culture, senza Stati e senza residua forza in grado di frenarla. Disgiungere l’economia dalla politica – il sogno realizzato del neoliberismo oggi trionfante – significa sottrarre la prima agli interventi regolatori della seconda, neutralizzando quest’ultima e favorendo il pieno dispiegamento dell’odierna situazione mondiale, in cui di sovrano vi è solo il mercato. In coerenza con la sua logica di sviluppo absolutus, il capitale corrispondente a sé deve neutralizzare ogni potere politico in grado di frenarlo, di modo che il gelido rapporto di forza economico si imponga senza limiti nella forma di un ordine spoliticizzato: la deregulation e lo “Stato minimo” rappresentano la cifra di questo programma di spoliticizzazione il cui fine è la soppressione di ogni elemento in grado di disciplinare l’economico autonomizzato.

La compiuta spoliticizzazione dell’economia si è oggi realizzata nell’Unione Europea, il pudico nome con cui viene chiamato il lager eurocratico in cui regna sovrano il capitale. L’Europa è oggi unita esclusivamente sulle basi della Banca Centrale Europea e della conseguente eurocrazia, in cui si realizza tramite la violenza silenziosa dell’economia l’oppressione dei popoli che nel Novecento era ottenuta mediante il dispiegamento di carri armati e drappelli militari, imponendo agli Stati svuotati di sovranità le quarantott’ore di tempo, come nei classici ultimatum politici, per adottare adeguate misure di crescita.

L’euro come moneta unica europea è esso stesso il fondamento del capitalismo assoluto: ha contribuito alla dissoluzione dell’egemonia politica sull’economia e ha favorito la presa del potere da parte degli economisti, “specialisti senza intelligenza” (Max Weber) e meri agenti del fanatismo finanziario della fase speculativa. L’esodo dall’attuale Europa, ossia dall’eurocrazia che unifica solo a livello monetario il continente europeo, rendendo possibile tramite la moneta unica le forme di oppressione e di dominio che erano state sventate nel 1945, deve allora costituire il primo passo da compiere per il ristabilimento della sovranità nazionale come base per la garanzia dell’esistenza della communitas oggi dissolta dalle sacre leggi del debito e della finanza. Frutto di una scelta indipendente dalla volontà sovrana del popolo, l’ingresso nell’Unione Europea non è stato democratico: può però esserlo l’esodo.

Occorre opporsi alla presente caricatura dell’Europa, il nobile nome che si attribuisce all’odierna eurocrazia che ci sta trascinando nell’abisso sociale e politico: e questo in uno scenario in cui, in una Guernica di tipo sociale, agli Italiani come agli Spagnoli si impone l’appoggio incondizionato delle politiche europee (e dei conseguenti sacrifici) anche quando esse costringono a licenziare senza regole i cittadini e a privarli di ogni garanzia, con palese ricorso alla coercizione e al raggiro (sia pure tramite la mediazione ingannatrice del suffragio universale).

Il progetto eurocratico si rivela organico alla dinamica post-1989 a) di destrutturazione degli Stati nazionali come centri politici autonomi e b) di spoliticizzazione integrale dell’economia. Dal Trattato di Maastricht (1993) a quello di Lisbona (2007), la creazione del regime eurocratico ha provveduto a esautorare l’egemonia del politico, aprendo la strada all’irresistibile ciclo delle privatizzazioni e dei tagli alla spesa pubblica, della precarizzazione forzata del lavoro e della riduzione sempre più netta dei diritti sociali. Si è trattato di un vero e proprio colpo di stato finanziario, in forza del quale la finanza transnazionale ha preso a dettare indisturbatamente le regole, imponendo agli Stati non più sovrani di aderire cadavericamente.

L’ideale di un’Europa di Stati nazionali democratizzati, liberi e uguali, in cui siano rispettate le culture e le tradizioni nazionali, le comunità etniche e religiose, è oggi reso impossibile dalla finanziarizzazione del vecchio continente, dall’imposizione della sola cultura del mercato e dalla sottomissione dei popoli sovrani alla giunta militare di tipo economico propria della dittatura finanziaria.