Vaccini, Brexit 1 Europa 0

Fonte Immagine: firstonline.info

Il vaccino è l'unica vera arma che abbiamo a disposizione per vincere la guerra al covid19, a meno che non decidiamo di vivere una vita solitaria, chiusi in casa e perseguitati dal distanziamento sociale. Intorno alla vaccinazione si sta giocando una perdita moto più complessa, come ebbi già a scrivere nel mio editoriale "La geopolitica del covid" dello scorso novembre. Il vaccino è lo strumento che nazioni come la Cina, la Russia ma anche l'India stanno usando per espandere la loro influenza politica in zone del mondo come il sud est asiatico e l'Africa, aumentando di conseguenza il potere economico. Chi prima esce dall'emergenza potrà far ripartire la propria economia ed avere un vantaggio su tutti gli altri. Anche in l'Europa, che per nostro demerito non è più il palcoscenico principale nello scacchiere mondiale, c'è chi sta meglio di tutti e sta impartendo agli altri una sonora lezione.

Ad inizio aprile metà della popolazione britannica, circa 30 milioni di persone, ha ricevuto la prima dose di vaccino, ben oltre ogni più rosea previsione. Il piano vaccinale è diventato la migliore pubblicità per la Brexit e per la scelta autonomista del regno della regina Elisabetta II, risultato non difficile da ottenere, considerando i ritardi nell'approvazione dei vaccini, le sospensioni delle forniture, gli errori nella programmazione da parte della Commissione, fino alla totale assenza di una visione geopolitica in quel di Bruxelles.

Si rende necessario individuare i punti cardine che hanno permesso lo sprint britannico.

La campagna vaccinale ha avuto inizio nei primi giorni di dicembre, grazie all'autorizzazione d’emergenza concessa a Pfizer-Biontech da parte della Medicines and Healthcare products Regulatory Agency, l’equivalente della nostra Aifa, che è riuscita ad anticipare le scelte dell' Ema ed i suoi ritardi burocratici, grazie ad una norma europea di fine novembre che consente agli enti di controllo nazionali di giocare in contropiede, ottenendo condizioni più favorevoli.

A ciò ha fatto seguito l'organizzazione della catena logistica e la campagna di inoculazione, sganciata dalle decisioni farraginose della Commissione, sfruttando, ovviamente, fino in fondo la nazionalità del vaccino AstraZeneca con oltre mezzo milione di iniezioni al giorno.

La Brexit ha dato al Paese la libertà di azione necessaria per muoversi in maniera autonoma.

Nel nuovo mondo post-Covid sembra che le prospettive per la Gran Bretagna siano molto lontane dalle aspettative dei sostenitori dell’Inghilterra profonda, ma non sulla questione vaccini, infatti, la scelta autonomista non sembra abbia penalizzato il paese.

Anzi, semmai il contrario, ed il fatto che in Europa gli atri stati che stanno facendo bene sulla campagna vaccinale siano la Serbia, paese extra UE e l'Ungheria, da sempre in rotta con Bruxelles, dà l’idea dello scempio politico e organizzativo perpetrato.

Lionel Barber, ex direttore del Financial Times, ha twittato: "Cosa c’è che non va nella Brexit? La risposta è, moltissimo. Ma questa storia dei vaccini mostra cosa può fare una nazione agile e indipendente con un solido fondamento scientifico". Gli fa eco Stephen Bush del New Statesman: "Una dura realtà per noi Remainers".

Il successo di Londra non è privo di rischi, come la decisione di dare la prima dose a più persone possibile, ritardando la seconda, ma per adesso sembra un miracolo in confronto alla débâcle europea.

In effetti i britannici incominciano ad accorgersi, a causa della Brexit, del lento flusso delle merci, della crescita dei prezzi, delle tasse doganali. Tanti disagi che stanno penalizzando le imprese, ma che per adesso passano in secondo piano rispetto alla pandemia e ai vaccini.
I disastri dell’Unione nascono da una mentalità centralizzata e federale che non funziona, dall'errore di distribuire i vaccini come se fosse un governo sovietico, non avendone né le capacità né l’esperienza.

 

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