Verso la liberazione – 1ª parte

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Cervi e Govoni: stessa sorte, memoria diversa.
I libri, si sa, sono scritti dai vincitori. E guai ai vinti, causa di ogni sciagura, rei di ogni colpa a loro imputabile, pseudo-oppositori dei giusti.
La verità è che fra i vinti “la povera gente faceva la fame; fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente”. Dalla popolazione, inerme, italica, uguale ma diversa, si ergeva un gruppo di apparenti uomini giusti, che sfoggiava divise differenti, a seconda della fede, della cultura e soprattutto per volontà del fato.
Ogni volta che ripercorro, guardando la televisione, sui social o in una chiacchierata tra amici, le gesta che decanta il simpatizzante dell’una o dell’altra fantasiosa fazione, parte nella mia mente un sottofondo d’altri tempi, contestualizzato dal solito Maestro Morricone per l’ormai cult “Inglorious Basterds”, in cui i basterds sono evidentemente esistiti ma non sono affatto sicuro che abbiano vestito tutti la medesima, scontata uniforme.

Ebbene, il 9 settembre 1943, l’Italia, ridotta in dolore ostello da anni di guerre e dittatura, vede la costituzione del Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale: i principali partiti dell’epoca prefascista, supportati dagli alleati, decidono di coalizzarsi formalmente contro una ormai moribonda aquila romana. Era un’asse che, all’inizio, aspirava a rappresentare l’intero popolo italiano, di base palesemente politica ma che non proponeva vessilli di parte, se non l’italico tricolore.
Finché, nel marzo del ’44, dall’Unione Sovietica sbarca a Napoli Palmiro Togliatti, il quale, per chiaro diktat stalinista, impone il marchio comunista sull’intera “Operazione Liberazione”, abbandonando l’obiettivo rivoluzionario e focalizzando ogni sforzo sul programma egemonico di espansione sovietica, fallito solo per l’energica interferenza dell’alleato americano, nonostante il manifesto avallo della prima storiografia italiana.

Ciò che gli indottrinati discendenti di quella cultura hanno celato per decenni, contribuendo ad un vero e proprio oscurantismo, è la reale guerra fratricida, che sconfessa prepotentemente la semplicistica, cruenta diatriba tra comunisti e repubblichini propinataci da sempre: se gli uni hanno commesso soprusi indicibili, gli altri hanno tenuto loro testa egregiamente. E sono tantissime, purtroppo, le vicende che supportano tali verità nascoste. Esemplare è la tragedia che colpì le famiglie Cervi e Govoni. I primi, poveri contadini reggiani, convinti antifascisti, fucilati dai repubblichini. Sei erano i fratelli Govoni, i quali, insieme alla sorella Ida, nemmeno ventenne, furono denudati e strangolati dai partigiani comunisti perché due di loro aderirono alla Repubblica di Salò. Stessa sorte, stessa vigliaccheria, diversa memoria: la casa dei Cervi è divenuta, giustamente, un museo commemorativo; i corpi dei Govoni, la cui storia rimane sconosciuta ai più, furono rinvenuti solo un decennio dopo, insieme ad altri che subirono il medesimo, spietato destino.
La storia va raccontata per com’è davvero avvenuta, perché, come ricorda Giampaolo Pansa, “Se la storia la facciamo raccontare solo a chi ha vinto, che storia è?”