Verso la liberazione (parte seconda): Ardeatine, Gentile e Mussolini…

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“Se la storia la facciamo raccontare solo a chi ha vinto, che storia è?”
Se la storiografia ci ha trasmesso un quadro pressoché univoco rispetto alle nefandezze perpetrate ai danni dell’umanità dalle truppe naziste (valga per tutte la strage di Marzabotto, in cui furono ammazzati 1830 innocenti, tra uomini, donne e bambini, senza alcuna ragione), gli stessi storiografi, in malafede, hanno celato per decenni tutto ciò che, invece, avrebbe gettato disonore sulle lotte partigiane. Perché oggi è evidente che se un primo momento è fatto di azioni eroiche, al sol fine di garantire la libertà agli italiani, vi è stato un secondo tempo, coincidente con la rifilata etichetta comunista, caratterizzato da infamità inutili ed inaccettabili, poco noti alla gente comune proprio per volontà di chi aveva, invece, il dovere di ricordare.

Una di queste è certamente la vicenda delle Ardeatine, conseguenza dell’attentato di via Rasella, che fu inconfutabilmente un atto “violento e non necessario”, addirittura “contro il parere del Cln”, che non lo aveva autorizzato. Nonostante ciò, l’autore, Rosario Bentivegna, il medico che, travestito da netturbino, collocò l’ingente carica di tritolo in un bidone della spazzatura, ha rivendicato con orgoglio, fino all’ultimo respiro, l’esecuzione. Ed è scandaloso l’appoggio dell’Unità a tale palese atto terroristico.
Oltre ai civili, tra cui un dodicenne che passò di lì casualmente, morirono 33 soldati dello SS Polizei Regiment Bozen, che non erano tedeschi, bensì italiani che non scelsero la Germania nel ’38 e, per questo, ritenuti “traditori” dagli stessi crucchi: reclute coatte, in sostanza.
La rappresaglia era prevedibile e scontata; il rapporto di dieci italiani per ogni tedesco ucciso era già noto, un escamotage crudele e criminale che faceva da detentore rispetto ai sempre più frequenti attacchi partigiani ai danni degli occupanti.
Il 24 marzo del 1944, furono fucilati ben 335 italiani, i cui corpi vennero ammassati nella cava delle Ardeatine.

Inutile ai fini della nobile causa fu anche l’assassinio di Giovanni Gentile, autore della riforma scolastica del ’24, nonché ideatore dell’Enciclopedia Treccani, filosofo e fascista. Non aderì mai alla Repubblica di Salò e diede un forte aiuto agli antifascisti, promotore convinto di una auspicata riconciliazione nazionale.
I comunisti ne rivendicarono repentinamente l’omicidio.
Lo stesso Togliatti, dall’esilio dorato di Mosca, auspicava una “santa rivolta” che avrebbe liberato l’Italia “da questo filosofo venduto ai nemici della patria”. Sembra evidente una responsabilità politica, quantomeno.
E ancora, a delitto compiuto, lo definì “una canaglia, condannato a morte dai patrioti italiani e giustiziato”.
In realtà, il Gentile non sostenne alcun processo: fu freddato all’ingresso della sua villa, con vari colpi diretti al petto.
Tutti gli altri partiti antifascisti sottoscrissero un documento con cui condannavano l’omicidio, dissociandosene ufficialmente: “Non era una spia, né un delatore. L’influenza culturale da lui esercitata non era contraria alla libertà”.

Alcuna proficuità si ottenne dall’omicidio del duce. Ancor meno della sua amante, Claretta Petacci. Se non quella di far tacere un probabilissimo relatore di verità celate, come la scomparsa corrispondenza tra Mussolini e Churchill, da sempre un ammiratore dell’italiano.
Ed è il solito Togliatti a svelarci l’arcano. In un rapporto inviato a Stalin, ammette che la decisione di fucilarlo fu presa dai comunisti Luigi Longo ed Emilio Sereni e dal socialista Sandro Pertini, per evitare il giusto processo voluto dagli alleati americani: una sorta di Norimberga, sia per Mussolini che per Hitler.
Totalmente inaccettabile e disumana la seguente esposizione dei rispettivi corpi a piazzale Loreto, a Milano, appesi a testa in giù alla pensilina di un distributore di benzina. Atto rivendicato ancora oggi da troppi esponenti di sinistra.
Se pochi sono a conoscenza della crudeltà comunista nelle vicende narrate, quasi nessuno conosce la terribile verità sulla fine dei partigiani Gianna e Neri, “due persone oneste che volevano consegnare all’erario il malloppo trovato a Mussolini, il famoso oro di Dongo. Il Partito Comunista se lo voleva tenere e fece eliminare prima neri l’8 maggio 1945 e poi Gianna il 23 giugno”. (l’ex partigiano Renato Morandi)