Vite da freelance. Breve identikit del liberismo

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Nella sua definizione più generale, il liberismo, che si afferma a partire dagli anni Settanta del Novecento, è il progetto di dominio della classe capitalistica, che lo nasconde dietro la nobilitante retorica delle libertà individuali. Queste ultime sono puntualmente intese sempre e solo come liberalizzazione privatistiche in vista del consolidamento della classe dominante e dell’abbandono di ogni politica redistributiva e di giustizia sociale.

Sotto questo riguardo, la ricetta del liberismo è semplicissima: essa mira a destrutturare il potere del lavoro, a comprimere i salari, a lasciare liberi i mercati, a porre lo Stato al servigio del capitale finanziario e, insieme, a demonizzare ogni figura dello Stato sovrano welfaristico: la retorica dell’antifascismo in assenza di fascismo permette al liberismo di ostracizzare l’idea di sovranità nazionale e, in maniera convergente, la retorica dell’anticomunismo in assenza di comunismo gli consente di stigmatizzare ogni politica sociale e welfaristica.

Con il trionfo del liberismo, quale si consolida compiutamente dopo il 1989, lo spazio della dimensione statale tende a essere rioccupato integralmente dall’ambito privato e dalla logica concorrenziale. La deeticizzazione post-borghese giunge, così a compimento, nella privatizzazione individualistica integrale del mondo della vita, aziendalizzato in ogni sua componente e privato di quei nessi etici comunitari che, nella fase dialettica, erano garantiti dall’esistenza dello Stato sovrano nazionale come centro di egemonia del politico sull’economico.

L’individuo stesso, ridefinito come startupper vivente, deve rimodulare l’intera sua esistenza secondo i parametri aziendali. In questa luce si spiega, tra l’altro, l’onniavvolgente retorica dei freelance come “capitalisti personali”: il confine della riproduzione del lavoro dipendente dei dominati viene spostato fino a coincidere con la riproduzione del lavoro autonomo: prova ne è che, nell’ordine dell’accumulazione flessibile, anche il lavoro autonomo è indirettamente dipendente (“imprenditori di sé”, finte partite Iva, ecc.).

Ciò, oltre a segnare il trionfo del privato sul pubblico, contribuisce anche a ridefinire l’immaginario dei dominati. Essi, da membri del polo subalterno, si illudono ora di essere imprenditori: e identificano la ratio del proprio agire nella competitività e non nella solidarietà di classe, nel proprio successo individuale nel regime del capitale e non nella lotta corale per limitare la voracità del profitto e il folle mito del lucrum in infinitum.

È secondo questa chiave ermeneutica che deve essere interpretata la reale natura della classe dei “creativi” e dei “lavoratori della conoscenza”. Essa non soltanto non esprime una cultura realmente anticapitalistica, ma i suoi strati superiori rientrano, de facto, nelle fila dell’aristocrazia finanziaria.

Gli strati inferiori della nuova knowledge class, invece, vivono nella perenne illusione di potere, in futuro, accedere agli strati superiori: per questo, sono animati da un amore, non di rado servile, verso chi sta ai “piani alti” della società e da un odio incondizionato verso le masse nazionali-popolari. Compongono una vera e propria “oligarchia di massa” di cittadini laureati e con studi superiori, che aderiscono convintamente al paradigma del cosmopolitismo liberista vuoi perché disprezzano le masse sofferenti e i ceti nazionali-popolari (la country class messa a tema da Angelo Codevilla), vuoi perché credono fideisticamente nella subcultura degli startupper e dell’Erasmus, della mobilità e dello sradicamento post-nazionale.

L’“ascesa della nuova classe creativa” (R. Florida), tipica ad esempio della city londinese e di Milano, rivela, sociologicamente, una notevole dotazione di competenze tecniche che, ideali per i processi di valorizzazione del tecnocapitale, si esprimono in figure paradigmatiche come quella del nerd e dell’hacker.

Come suggerito da Carlo Formenti, la knowledge class metropolitana è una classe anfibia, sempre in bilico com’è tra la cooptazione nel blocco dominante e il riflusso nel sottoproletariato. I suoi membri, anche per ragioni di autoconvinzione e di aspirazioni soggettive, risulta particolarmente sensibile alla retorica dei freelance come “capitalisti personali”: preferiscono pensarsi come imprenditori di sé e non come sfruttati, sentendosi con ciò, a livello di auto rappresentazione, più vicini ai loro sfruttatori che non agli sfruttati come loro.

Sotto questo profilo, sono le cavie ideali dello sconfinamento in atto dei processi della riproduzione del lavoro dipendente, che si è dilatato fino a fagocitare, in larga parte, il lavoro autonomo, nel frattempo divenuto indirettamente dipendente (emblematico resta il caso della classe delle “partite Iva”).

Se, secondo la teleologia capitalistica, tutto deve diventare merce, allora ogni realtà che a ciò resiste deve essere abbattuta o, semplicemente, essa stessa riconfigurata come merce soggetta al ciclo intrinsecamente destabilizzante e precario della produzione, della circolazione e del consumo. Per esprimere questo nucleo concettuale con le grammatiche hegeliane, sopravvive unicamente lo spazio deeticizzato del System der Bedürfnisse, del “sistema dei bisogni” concorrenziale, che ridefinisce la società come sistema dell’atomistica per monadi precarizzate e concorrenziali.