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Freddie is dead”, fu questo il titolo del quotidiano inglese The Sun, poche parole semplici, granitiche e drammatiche per annunciare al pubblico la dipartita del leader dei Queen, fondatore di una delle band più influenti ed innovative del panorama musicale globale, e per alcuni versi antesignano dei moderni influencer.

Leggendaria rimarrà la performance della band al Live Aid del 1985, tenutosi in contemporanea al Wembley Stadium di Londra e al John F. Kennedy Stadium di Filadelfia, il più grande spettacolo musicale di tutti i tempi, trasmesso via satellite in oltre 150 paesi, organizzato con l’intento di raccogliere fondi per far fronte alla carestia che aveva colpito l’Etiopia in quegli anni.

Freddie Mercury, al secolo Farrokh Bulsara ha rappresentato un spartiacque epocale nel mondo della musica rock, la rivoluzione avvenuta con l’invenzione del sottogenere Theater Rock ha travolto e riscritto i canoni concertistici, poiché, lo spettatore non assisteva più ad una semplice esecuzione del brano musicale ma ad una sorta di spettacolo nello spettacolo, di cui diventava partecipe, luci, travestimenti in personaggi femminili od effemminati, improvvisazioni strumentistiche e vocali e tanto altro; tutto ciò al puro scopo di lanciare provocazioni sociali, toccando i tantissimi temi considerati tabù per l’epoca. Uno dei più scottanti era quello dell’omosessualità, vista di cattivo occhio al tempo, nonostante fosse diffusa in tutti i ceti sociali.

Nei decenni a seguire gran parte delle star musicali hanno cercato di prendere spunto dallo stile e dai testi di Freddie e compagni, l’esempio più lampante è quello di Joanne Angelina Germanotta, meglio nota come lady Gaga, che deve il suo nome d’arte alla celebre canzone Radio Gaga. Oltre a lei, molte rock band contemporanee devono il loro successo all’ispirazione “mercuryana”.

Nonostante tutto, oggi i Queen godrebbero del successo internazionale avuto allora? Probabilmente no. In una recente intervista al periodico musicale Rolling Stones, Brain May, l’iconico chitarrista dei Queen, nonché amico fraterno del compianto Freddie, si è espresso in maniera molto contraria al nuovo criterio di assegnazione dei Brit Awards, i premi musicali assegnati annualmente ai migliori artisti britannici ed internazionali. Gli organizzatori hanno deciso che dall’edizione 2022 saranno abolite le categorie di genere maschile e femminile, in favore di due premi gender-neutral, il tutto dettato dall’ondata del politicamente corretto che ha già da parecchi anni si sta diffondendo come un cavallo di troia nel mondo dello spettacolo. Lo stesso May riferendosi a Mercury continua dicendo: “Veniva da Zanzibar, non era inglese e nemmeno bianco. Ma non importava a nessuno, non ne abbiamo neanche parlato. Non ci siamo mai chiesti se fosse il caso di lavorare con lui, se avesse il giusto colore della pelle o la giusta tendenza sessuale. Non è mai successo e il fatto che oggi si debba pensare a tutto questo mi spaventa”. Continuando nell’intervista, il musicista inglese ha espresso i suoi dubbi sulle reali possibilità di successo della sua band al giorno d’oggi, a causa dei paletti imposti dall’avanzante e diffuso pensiero dominante.

A parere di chi scrive, le ultime vicende, unite alle dichiarazioni di May, fanno scattare un campanello d’allarme molto pericoloso, e che contemporaneamente pongono l’accento sul buonismo imperante, una falsa soldarietà sdolcinata fino all’ inverosimile che, nonostante si proponga di porre un argine alle discriminazioni, non fa altro che accentuarle, finendo per crearne delle nuove. Con l’obbiettivo di lanciare un messaggio diverso, quello di far intendere ai media ed alle masse che l’appartenenza ad una determinata comunità etnico razziale, l’adesione ad un certo gruppo o ancora ad uno specifico genere sessuale non sia più un motivo per chiedere la sacrosanta parità dei diritti ma bensì una sorta di lasciapassare, tale da giustificare un qualche diritto di prelazione nel riconoscimento di privilegi e diritti.